Mamma li turchi! La guerra santa di Martinelli

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Siccome una bella citazione sui titoli di testa non guasta mai, ecco, a spiegare il senso profondo di “Undici settembre 1683”, un frase dello storico francese Marc Bloch: «L’incomprensione del presente nasce dall’ignoranza del passato». Prendere nota. Renzo Martinelli, il combattivo regista di “Barbarossa”, ex “lumbard” deluso, se la prende con «qualche improvvido giornalista», ovvero il sottoscritto, colpevole di aver accostato il suo nome al ruvido potere fino al 2011 esercitato dalla Lega a viale Mazzini. Eppure proprio il cda di centrodestra deliberò il 16 settembre 2010, contrari il presidente della Rai e due consiglieri d’opposizione, l’esborso di 4 milioni e 100 mila euro per finanziare “Undici settembre 1683”. Un altro milione arrivò dal ministero ai Beni culturali, più contributi vari, s’intende pubblici, per svariate centinaia di migliaia di euro: Film Commission di Friuli Venezia Giulia e Piemonte, soprattutto Raicinema, lesta a passare la mano sul fronte della distribuzione pur avendo pagato, secondo contratto.

Il film sulla battaglia di Vienna del 1683 esce infatti nelle sale l’11 aprile, targato Microcinema, in ottanta copie. Chissà come andrà. Trattasi dell’edizione corta di 113 minuti, quella estesa di 200, per Raiuno, passerà in tv nel 2014. Naturalmente non bisogna dire a Martinelli che il suo è un kolossal anti-islamico. «Al contrario. È un film sull’insensatezza delle guerre, soprattutto delle guerre di religione» scandisce. Cita addirittura un proverbio arabo, secondo il quale «gli uomini somigliano più al loro tempo che ai loro padri». Traduzione: «Oggi si deve passare dallo scontro al confronto, ma ribadendo con forza i nostri valori e ideali». Il regista ce l’ha con la Costituzione europea che non fa mai riferimento alle radici cristiane. Ma soprattutto sostiene «che l’Europa del 1683, sul baratro di un totale annientamento sotto i colpi delle truppe ottomane, custodisce analogie agghiaccianti con l’Europa di oggi: debole, stanca, rassegnata, smarrita».

Il senatore leghista Pittoni – con saio marrone e cappello in mano – durante le riprese di “11 settembre 1683” ; alla sua destra guardando la foto l’ex vicepresidente della Regione Lombardia  Andrea Gibelli

Di qui l’idea di realizzare “Undici settembre 1683”. «L’origine profonda della rabbia con cui oggi l’Occidente è costretto a confrontarsi nasce l’11 settembre 1683» ama ripetere Martinelli. Avete letto bene: non l’11 settembre newyorkese del 2001. Quel giorno trecentomila guerrieri musulmani, guidati dal gran visir Karà Mustafà, assediavano una Vienna allo stremo dopo due mesi di assedio. Ma, alle prime luci del giorno successivo, cioè il 12, il frate cappuccino Marco d’Aviano, guida spirituale dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, celebrò la messa sul campo, spronando le truppe cristiane guidate da Jan Sobieski III, Carlo V di Lorena ed Eugenio di Savoia all’eroica controffensiva della Lega Santa che travolse il soverchiante esercito ottomano. Maometto IV voleva issare il vessillo verde della mezzaluna sulle capitali d’Europa, fare della basilica di San Pietro una moschea. La batosta viennese fu invece l’inizio di un arretramento storico, vissuto per secoli, dice il cineasta, «come un affronto da lavare».

Sullo schermo il frate friulano è l’americano F. Murray Abraham, il condottiero turco è l’italiano Enrico Lo Verso, il sovrano polacco è il polacco Jerzy Skolimowski; tutti hanno girato in inglese, per il cosiddetto mercato internazionale, tranne la figlia del regista, Federica, che interpreta una giovane sordomuta invaghitasi di un vecchio turco, incarnato dal greco Yorgo Voyagis, al quale il film affida la seguente battuta ad alto tasso simbolico: «Tra il mio cuore e la mia fede devo scegliere la mia fede: questo rende così diversi noi musulmani da voi cristiani».
Detto questo, tra mille accortezze e ritocchi, “Undici settembre 1683” non è un film contro l’Islam e neanche da Propaganda Fide: semmai risulta un polpettone barboso, stiracchiato, recitato maluccio, pieno di effetti speciali (1.400 le inquadrature digitali) che lo fanno assomigliare a un cartone animato per quanto sono primitivi, poverelli, inverosimili.

Che qualcosa non sia andato per il verso giusto lo prova anche il fatto che due dei quattro Paesi inizialmente coinvolti, cioè Austria e Turchia, si sono defilati, trasformando l’impresa in una coproduzione italo-polacca da 9 milioni e 300 mila euro di costo industriale. «Mi auguro che Papa Francesco sappia restituire l’orgoglio alla comunità cristiana. Piazza San Pietro era piena per lui, ma le chiese sono vuote, i seminari anche, viviamo tutti una sorta di apostasia» ammonisce il regista. C’è anche lui nel film, abbigliato da mendicante, mentre Marco d’Aviano ridà la vista a un cieco.
Per la cronaca: nella stessa scena recitavano, come comparse di lusso, l’ex senatore leghista doc Mario Pittoni, gran sponsor friulano dell’operazione, e l’ex vicepresidente leghista della Regione Lombardia, Andrea Gibelli. Tagliati al montaggio, mano male, perché non si dica più che Martinelli è un protegé di Bossi.

Michele Anselmi

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