Gli 80 anni di Belmondo, simpatica canaglia e non solo

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Quando si dice il caso. Jean-Paul Belmondo, in Francia soprannominato “Bébel”, compie 80 anni il 9 aprile prossimo, e una commedia poliziesca ancora nelle sale italiane, “Due agenti molto speciali”, lo tira in ballo spiritosamente, come modello insuperabile di sbirro cinematografico. Se il nero Omar Sy sullo schermo si ispira, anche nel vestire e nell’agire, allo sfrontato Alex Foley di “Un piedipiatti a Beverly Hills”, il bianco ed elegantone Laurent Lafitte non ha dubbi: il suo riferimento di culto è Joss Beaumont di “Joss il professionista”, appunto uno dei grandi successi popolari, non solo in Francia, di Belmondo.

Ma da quel fortunato film di Georges Lautner sono passati 32 anni, e tante cose sono accadute all’attore nato a Neully-sur-Seine, da padre italiano e scultore. A differenza del coetaneo Tomas Milian, l’età però pesa, eccome. Nel fisico, soprattutto, messo a dura prova da vari acciacchi: un infarto nel 1998, soprattutto l’emiparesi facciale del 2001 in seguito a un’ischemia. Può darsi che la Palma d’oro alla carriera, ricevuta a Cannes nel 2011, abbia reso meno amara la vecchiaia di questo simpatico sciupafemmine raggirato, così raccontano le cronache, dall’ultima fidanzata, l’ex coniglietta di “Playboy” Barbara Gandolfi, 42 anni meno di lui, una tutta curve e interessi immobiliari, che gli avrebbe soffiato circa 600 mila euro prima d’essere mollata dal rinsavito attore. Una brutta storia, alla quale non sarebbe estraneo l’ex marito belga della “sventolona”, gestore di locali di strip-tease e indagato per riciclaggio di denaro (in alcune intercettazioni, si sente la playmate chiedere al faccendiere: «Quanto vale farsi un Belmondo?»).

Ma in fondo Bébel fa simpatia anche per questo. Nel 1998, dopo aver rifatto coppia con l’amico-rivale Alain Delon nel disastroso “Uno dei due” di Patrice Leconte, tentativo infelice di rinverdire 28 anni dopo la gagliarda coppia di “Borsalino” con la giovane Vanessa Paradis in mezzo, deluso dagli incassi si ributtò nel teatro con lo spettacolo “Frederick ou le boulevard du crime”. Ma una sera, a Brest, crollò nel mezzo di una replica: infarto. Anche allora si temette per la salute dell’attore, ma neanche un anno dopo eccolo di nuovo sulla piazza. Pronto a girare per la tv “Les Ferchaux”, tratto da Georges Simenon, e per il cinema “Amazon”: nel quale, forse in sottile chiave autobiografica, si divertiva a interpretare un vecchio esiliatosi nel cuore della foresta amazzonica.

L’uomo, del resto, è tosto e combattivo, sorprendente. Sin da ragazzo, calcando il ring, ha imparato a «incassare» bene: e chissà che non debba parte della sua fama a quel naso schiacciato, da adorabile canaglia, ricordo di un duro incontro di boxe. Lo sguardo mobile disciplinato al sorriso, i capelli fluenti, il fisico asciutto e muscoloso, la voce da fascinoso figlio di puttana (in Italia lo doppiava Pino Locchi, lo stesso di Sean Connery): per anni Belmondo ha incarnato l’avventuriero francese burlone e generoso, sorretto da una popolarità senza cedimenti. Aveva cominciato nel 1957 con il dimenticabile “A piedi… a cavallo… in automobile”, ma già nel 1960 sarebbe diventato il beniamino della Nouvelle Vague interpretando, accanto a Jean Seberg, il bandito di “Fino all’ultimo respiro”: quasi un manifesto estetico, con il suo montaggio sconnesso, il suo bianco e nero sgranato, il suo pessimismo romantico. Il film laurea l’esordiente Jean-Luc Godard, ma porta fortuna anche a lui: in due anni quell’atletico provinciale passa freneticamente da un set all’altro, vedendo crescere il suo potere contrattuale e la sua fama da star.

Volto ideale per un poliziesco riveduto e corretto, trapunto di ironia, Belmondo è il protagonista assoluto di film dal titolo semplice, a effetto: è “Lo sciacallo”, “Lo sparviero”, “Lo spione”, “L’animale”, appunto “Borsalino”, “Joss il professionista”. Spara, fa a pugni, ama le donne più belle, ogni tanto muore. Ma il successo non gli impedisce di cimentarsi, quando l’occasione è ghiotta, con il miglior cinema d’autore: con l’amico Godard fa “Pierrot Le Fou”, con François Truffaut “La mia droga si chiama Julie”, con Louis Malle “Il ladro di Parigi”. Non tutti piacciono, anzi, ma fa parte del gioco. E intanto “Bébel” colleziona amori che riempiono le pagine dei giornali scandalistici: chi non ricorda il suo rapporto con Laura Antonelli, reduce da “Malizia” e ascesa al ruolo di morbido sex-symbol internazionale prima di cadere nel baratro di un sfigurante ritocco estetico?

Con gli anni l’attore ha imparato a fare i conti con la propria età. E se la Francia non è stata avara di riconoscimenti nei suoi confronti (un César nel 1988 per “Una vita non basta”, la Legione d’Onore, la Palma alla carriera a Cannes), è pur vero che l’età l’ha consegnato a un lento declino cinematografico, culminato nel mesto remake del capolavoro di De Sica “Umberto D.” nel 2008, ovvero “Un homme et son chien”. Alain Delon ha dato l’addio al cinema, preferendo dedicarsi a qualche comparsata televisiva, ben pagata, anche in Italia; Belmondo non si sente troppo bene, ma se non altro ha recuperato la mobilità facciale e l’affetto dei suoi quattro figli. Forse, anche nel cinema francese, non è più tempo d’eroi.

Michele Anselmi

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