Bersaglio fisso. Da Ken Loach a Full Monty, l’odio del cinema verso la Lady di ferro

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Lettera 43

Il cinema inglese deve molto a Margaret Thatcher. Nel senso che la “lady di ferro” è stata odiata di un odio purissimo dai cineasti del Regno Unito, durante e dopo i suoi governi: e il bello è che tanta rabbia in parecchi casi ha prodotto film belli, audaci, profondi, che resistono all’usura del tempo.

Tra questi ce n’è uno di Mark Herman che in Italia fu ribattezzato addirittura “Grazie, signora Thatcher” perché fosse chiaro il concetto (in inglese si chiamava “Brassed Off”, un gioco di parole poco traducibile che alludeva sia ai licenziamenti sia agli ottoni di una banda). Uscita nel 1996, sei anni dopo la fine politica della Thatcher, la commedia è viva nel ricordo di molti soprattutto per il discorso finale pronunciato da Pete Postletwhaite, oggi scomparso. «Perché questo maledetto governo, nel corso degli ultimi dieci anni, ha sistematicamente distrutto un’intera industria: la nostra industria. E non solo: le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre vite. Tutto nel nome del progresso e per pochi soldi pidocchiosi» gridava il vecchio capobanda Danny nello scandalo generale, rinunciando all’ambito premio vinto niente di meno che alla Royal Albert Hall di Londra.

Una storia di minatori disoccupati, ambientata a Grimley, un immaginario paesino dello Yorkshire a un passo dal crollo sociale: gli operai di giorno prendono parte agli scioperi contro la chiusura della miniera decisa dal governo, di sera si riuniscono per tenere in piedi la banda locale, finché l’arrivo di Gloria, colletto bianco ma anche ottimo flicorno, non rimette in moto la voglia di lottare.

In effetti la controversa figura di Margaret Thatcher diede vita, nel decennio a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, a un vero e proprio genere cinematografico; con esiti alterni sul piano estetico e della qualità artistica, ma teso a raccontare le condizioni di vita degli abitanti di vaste aree britanniche “deindustrializzate”, diciamo impoverite, dalle riforme economiche escogitate dalla “signora di ferro”.

A guidare la pattuglia di registi “anti-Thatcher” è stato di sicuro l’orgoglioso, indocile e molto trotzkista Ken Loach, più tardi alquanto critico anche nei confronti del laburista Tony Blair, nei fatti equiparato alla detestata Maggie conservatrice. Non per niente, l’uomo subì svariate censure, specie a causa dei documentari televisivi girati nel 1984 durante gli scioperi dei minatori, e solo dal 1990 in poi i suoi film tornarono ad essere visti e diffusi regolarmente. “L’agenda nascosta”, sui misfatti in Irlanda perpetrati dal governo “tory” d’accordo con la CIA, è appunto datato 1990, “Riff Raff. Meglio perderli che trovarli”, straordinaria commedia operaia, è del 1991, “Piovono pietre” è del 1993, “Ladybird Ladybird” è del 1994, solo per fare alcuni tra i tanti titoli del grande autore britannico.

Ma sul tema Thatcher & dintorni la cine-letteratura è immensa: a partire dal più popolare di tutti, “The Full Monty” di Peter Cattaneo, prodotto dall’italiano Uberto Pasolini, copiato fino alla noia, adottato dalla Cgil sul finire degli anni Novanta, e tutt’ora perfetto nel suo mix di commedia amara e di ilare strafottenza. E tuttavia si potrebbero citare anche “Billy Elliot” di Stephen Daldry, “Belle speranze” di Mike Leigh, “Go Now” di Michael Winterbottom, “Due sulla strada” di Stephen Frears, infiniti altri.

Solo nel 2009, però, Margaret Thatcher diventa protagonista assoluta di un film della Bbc: incarnata da Lindsay Duncan, “la lady di ferro” viene raccontata nel crepuscolo della sua avventura politica, in una chiave già “storicizzata”, fuori dai tumulti e dalle passioni della contemporaneità. E tre anni dopo, nel 2012, con “The Iron Lady”, l’americana Meryl Streep conquista il suo terzo Oscar proprio calandosi nel ruolo dell’ex Primo ministro inglese, tra ricordi e allucinazioni, storia e fantasia.

Chi l’ha visto, ricorderà. Nel flashback ambientato negli anni Settanta Margaret Thatcher ruggisce: «Se non tagliamo la spesa pubblica ci aspetta la bancarotta». Intanto manca la benzina, tutti scioperano, l’immondizia invade le strade. Sembra di ascoltare Monti a proposito dell’Italia, e certo suona familiare la ricetta “lacrime e sangue” propugnata dalla terribile lady di ferro in quei frangenti, a costo di ridurre in miseria milioni di lavoratori. Forse anche per questo “The Iron Lady” ispira poca simpatia: la persona fa aggio sul personaggio, benché la regista Phyllida Lloyd e la sceneggiatrice Abi Morgan si impegnino a non girare un biopic classico, sbattendo sullo schermo nella prima mezz’ora una Thatcher ottantenne, dimessa, che compra il latte senza essere riconosciuta e parla col marito defunto. Non proprio demenza senile, ma quasi. Alternando presente e passato, con curiosi spiazzamenti di senso, il film ricostruisce la vicenda umana e politica di questa figlia di bottegai, tosta, antisocialista e fieramente conservatrice, che governò per 11 anni di seguito, facendo rifiorire l’economia e morire parecchi soldati nella Falkland. Le divagazioni sulla vecchiaia alla lunga stufano, meglio la parte biografica. Meryl Streep è portentosa nell’indossare parrucca e tailleur, fornendo un ritratto tra fedeltà fisica e invenzione psicologica. Un peccato non sentirla in inglese (da noi la doppiava Maria Pia Di Meo).

Chissà che cosa avrebbe detto del film François Mitterrand se non fosse morto prima. Della temuta rivale inglese il presidente francese soleva dire: «Margaret Thatcher? Ha la bocca di Marilyn Monroe e gli occhi di Caligola». Una donna da cui stare alla larga, insomma; a suo modo, però, anche un incubo sensuale.

Michele Anselmi

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