Per una visione consapevole, da Benjamin a Tarantino

Il discorso culturale di Walter Benjamin è sempre stato incentrato sull’analisi dell’immagine cinematografica da più punti di vista. In L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica egli traccia una cronistoria delle peculiarità e dei problemi estetici sollevati dalla settima arte, considerando ad esempio il nuovo ruolo del pubblico in un medium che è spiccatamente di massa. È interessante però notare come, anche in un testo apparentemente non estetico come Sul concetto di storia, l’autore-profeta del flâneur parli indirettamente del cinema, e in particolare di uno dei punti fondamentali che interrogano l’etica dell’immagine oggigiorno.

In un contesto non identico ma conforme al pensiero sul cinematografo, Benjamin porta avanti una riflessione sotterranea sulla “narratibilità” degli eventi o, nel caso in esame, delle immagini. È un’idea ancora molto attuale, se si considera lo scandalo che può essere provocato da alcune produzioni di recentissima fattura, basti pensare al Django Unchained di Tarantino o ad un film perturbante e splendido come The Bunny Game. Sarebbe bene chiedersi, di fronte a questo genere di spettacolo della tortura e dello smembramento corporale (idea peraltro già shakespeariana, se si considera il Tito Andronico), quale rapporto deve esserci fra il pubblico e l’immagine.

Vengono in mente le parole dell’illuminante interpretazione di Django Unchained realizzata da Mellino il quale, sfruttando strumenti messi a punto dal pensiero postcoloniale di Spivak e altri filosofi, ventila l’idea che una storia come quella non possa essere narrata. Il portato visivo di un simile spettacolo, troppo violento e incomprensibile, sarebbe da precludere alla nostra percezione. Il rigetto di questo genere di manifestazioni estetiche sarebbe da imputare ad una inadeguatezza di fondo della nostra facoltà percettiva, kantianamente inadatta alla ricezione di uno spettacolo che ne trascende le capacità.

Obiezioni ed idee legittime quelle di Mellino, che però andrebbero decostruite in virtù di una concezione ancora una volta genealogica dell’immagine. È ben vero che Tarantino è la quintessenza di questo tipo di cinema, che si muove sul limite della visibilità (basti pensare ad un celebre sequenza di Kill Bill vol. I), ma il confinamento di queste storie al di fuori della nostra percezione sensibile non farebbe altro che vietare alla componente spettatoriale la possibilità di un rapporto nuovo, non immersivo nei confronti dell’immagine.

In questo Kill Bill è geniale, proprio perché con i suoi registri dissonanti, che cozzano violentemente entro una struttura narrativa non adatta a contenerli, fa stridere la nostra percezione e rompe il flusso omogeneo e vuoto dell’impostazione classica. Lo stesso Benjamin, in effetti, predilige una temporalità segnata dalla discontinuità e dalla frizione, dall’esplosione dialettica dell’adesso che ha proprio lo scopo di risvegliare le coscienze. Prendendo il messaggio delle tesi Sul concetto di storia e pure rischiando di metterci di fronte ad uno spettacolo dinamicamente sublime, si percepisce oggigiorno l’ineludibile obbligo di sfruttare la forza insita in quelle discontinuità, almeno per rompere il meccanismo di immedesimazione emotiva che assopisce la criticità del nostro occhio.

Giuseppe Previtali

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