Il ministro. Caimano o coccodrillo? Ecco il Potere alla francese

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

Dal caimano al coccodrillo? Magari è solo una coincidenza. O forse no. Esce il 18 aprile un film francese che si chiama “Il ministro”; sottotitolo, più bello e accurato, “L’esercizio dello Stato”. Il manifesto italiano mostra una sinuosa fanciulla nuda, ripresa di tre quarti, le natiche al vento, mentre si fa risucchiare volentieri nelle fauci di un enorme coccodrillo, all’interno di una sontuosa residenza ministeriale. Una fantasia, certo. Anzi, proprio il sogno che apre il film, lasciando lo spettatore alquanto spiazzato.
Ben diversa l’affiche transalpina, più sobria e intonata al tema; ma è probabile che i distributori Pier Francesco Aiello e Feltrinelli Cinema non abbiano sbagliato nel puntare, per l’italico mercato, su quell’immagine sensuale e metaforica insieme. Non a caso il 52enne regista e sceneggiatore Pierre Schöller, senza giocare a fare lo psicoanalista, spiega in proposito: «Che lo vogliamo o no la politica “abita” un luogo di uomini, il sogno è come l’annuncio di questo dominio maschile. Sapete, la pratica del potere, prima di essere un problema di linguaggio, è un problema di eccitazione tutta fisica, un demone, un diavolo in corpo». Infatti, risvegliandosi di colpo per una telefonata notturna d’emergenza, il ministro Bertrand Saint-Jean custodisce nel pigiama un’inattesa erezione.

“Il ministro” è un film di rara bellezza e crudeltà, perché dietro il taglio quasi documentaristico si staglia un discorso complesso sulle ambiguità e la cupidigia del governare. È il cinema politico che noi italiani non sapremo mai fare, nonostante titoli mica male come “Il portaborse” di Daniele Luchetti, “Il Caimano” di Nanni Moretti, “Il Divo” di Paolo Sorrentino o il recente “Viva la libertà” di Roberto Andò.
Probabilmente quella donna spogliata dalle forme perfette è una sorta di Marianna, il simbolo della Repubblica francese, è lei che ci porta dritti al cervello del ministro Saint-Jean, titolare dei Trasporti, un dicastero scelto con cura dall’autore. «Ho evitato le grandi tematiche ideali della Giustizia o degli Esteri, con un ministro dei Trasporti è più facile, si può inventare tutto!» argomenta il regista. In effetti è così, il politico in questione amministra le infrastrutture: non vorrebbe privatizzare le stazioni ferroviarie, ma il capo del governo, imbeccato dal presidente della Repubblica, che in Francia conta ben più di Napolitano in Italia, sembra non lasciargli scampo.
«Lo Stato è una vecchia barca che fa acqua da tutte le parti» sentiamo dire a un certo punto in una riunione di governo. Il debito pubblico è alle stelle, non poi così lontano da quello italiano, si paventano «dieci anni di austerità», dalla Grecia arrivano tramite la tv notizie allarmanti, la Francia è scossa da tumulti operai, rabbia sociale, la classe politica è screditata, contestata, fischiata. «Un tempo i buffoni del re non entravano nella cattedrale. Oggi sì, e dobbiamo anche chiedergli scusa» si lamenta infatti il ministro, incarnato con grandiosa normalità da Olivier Gourmet, attore prediletto dei fratelli Dardenne, qui coproduttori.

Inutile giocare al chi è chi. Pensato ai tempi di Chirac presidente e ritoccato nel tempo, il film evita di chiarire se il governo sia di destra o di sinistra, forse allude a Sarkozy ma certo non può evocare Hollande, eletto dopo la fine delle riprese del 2011.
«Osserviamo il potere, i suoi riti, i suoi umori, la sua salute, il suo sangue, la sua libido. Soprattutto la continuità dello Stato» suggerisce Schöller. Infatti il suo ministro dei Trasporti non è né un cinico manovratore né un palpitante idealista, semmai un politico in ascesa, un po’ cane sciolto, gran lavoratore e marito distratto, anche se, consultando la sua rubrica telefonica, si lascia sfuggire: «Quattromila contatti e nemmeno un amico».
In realtà due amici in grado di placare la sua solitudine forse esistono: il fedele capo di gabinetto Gilles, ossia il titanico Michel Blanc, un grand commis uscito dall’Ena, la mitica Scuola dell’amministrazione francese, che conosce a memoria il discorso pronunciato da André Malraux nel 1964 per commemorare il capo partigiano Jean Moulin; il suo nuovo autista Martin Kuypers, ovvero Sylvain Deblé, un disoccupato in prova per un mese, dignitoso e taciturno, dai capelli lunghi, che vive con la fidanzata di origine sarda in una roulotte accanto alla casetta costruita a metà.
Li perderà entrambi, peccando di viltà da un lato e di arroganza dall’altro. «Caro mio, la politica è una ferita che non rimargina mai» teorizza in sottofinale l’ambizioso Bertrand, lesto a farsi «tigre affamata nell’oscura notte» quando, nel capovolgersi degli eventi, sarà chiamato dal presidente per traslocare dai Trasporti, dove sta passando la privatizzazione delle stazioni, al più cruciale ministero del Lavoro e della Solidarietà. «Il tuo compito è correre dove c’è malcontento. La tua ossessione sarà: smorzare, smorzare, smorzare» ordina l’uomo dell’Eliseo. Lui obbedisce: l’adrenalina a mille, il matrimonio a pezzi, la coerenza sotto i piedi, pronto «a stupire, creare effetti che lasciano senza fiato perché il popolo è diffidente», non avendo potere.

Realistico nel raccontare la vita quotidiana di un ministro, che ci sia da precipitarsi sul luogo di un disastro per trovare le giuste parole di cordoglio, liberarsi di un tosto avversario spedendolo alla Corte dei Conti o attenersi ai consigli estetici dell’addetta stampa, “Il ministro” a suo modo è un film allucinato e ubriacante; come allucinato e ubriaco è spesso il protagonista.
Per la cronaca, le dorate stanze del Potere sono state ricostruite nei locali della nostra Ambasciata a Parigi. L’Italia è vicina, dunque. Ma una differenza balza subito agli occhi: il ministro francese Bertrand Saint-Jacques gira con un solo uomo di scorta, su una berlina Renault neanche troppo lussuosa. Da noi anche l’ultimo sottosegretario esigerebbe molto di più alla voce status-symbol.

Michele Anselmi

Lascia un commento