Il lato umano del potere politico, tra solitudine e ambiguità

E’ notte fonda quando un pullman esce fuori strada precipitando in un burrone. Immediatamente viene avvisato il Ministro dei trasporti che si precipita sul posto. Il bilancio è tragico: numerosi i morti e altrettanto numerosi i feriti.
Sin dalla prima scena i protagonisti di  Il Ministro – L’esercito dello Stato sono uno Stato che non dorme mai e una classe politica costituita da persone, più che da uomini di potere. Pierre Schoeller, infatti, “entra” fin da subito nei corpi degli attori e indica dove risiedono le loro viscere, dove trovare l’emozione. Ecco che un Ministro, inteso nell’immaginario come figura scevra da sentimento, diventa un essere umano che sanguina, vomita e si ubriaca. Più che di un film politico,  si tratta del ritratto di un uomo frenetico, eccitato dalla potenza del ruolo che ricopre. L’intento del regista è di mettere in scena l’autorità non come conquista, ma come pratica del potere da parte di quelli che definisce “atleti dei documenti”; è così che guarda ai politici, sotto una pressione costante, in bilico tra loro stessi e la realtà che li circonda. Il gioco di luce e, soprattutto, ombre va a rafforzare questa tensione, quasi a voler rappresentare l’oscurità dell’animo umano e il peso che la responsabilità esercita sull’uomo politico.

Un film interessato più ai personaggi che agli eventi, lo dimostra il fatto che l’incidente stradale serve solo a introdurre la figura del Ministro, pur non essendo strettamente parte del racconto. Gli attori, di conseguenza, sono l’elemento trainante di tutta la narrazione, scelti accuratamente per dare spazio, da un lato, al movimento e alla staticità, dall’altro; il fermento veste i panni del Ministro (Olivier Gourmet), mentre il Capo di Gabinetto (Michel Blanc), suo braccio destro, impersona l’autorità, lo Stato e le sue fondamenta. I due rappresentano due facce di uno stesso pensiero, il potere e lo Stato, una coppia indissolubile, dove l’uno è complementare all’altro. Questo lavoro descrive il potere così com’è, nei suoi limiti e nei suoi riti, senza colori di fazione o appartenenza alcuna, proprio a voler attirare l’attenzione solo ed esclusivamente sull’essenza stessa, sulla natura alienante che divora coloro che lo esercitano.

Benché il “verbo” sia considerato la linfa vitale della narrazione e il dialogo incalzante sia dovuto a una precisa scelta, volta a soffocare lo schermo da una moltitudine di parole, il risultato è una rappresentazione troppo verbosa che si serve di  un linguaggio spesso pesante e non accessibile a tutti. Un prodotto di nicchia, dunque, ma incompleto che, pur offrendo allo spettatore qualche spunto interessante, non va mai in profondità, come se viaggiasse costantemente in superficie, in contraddizione con le intenzioni del regista; perché è vero che il film scava nelle viscere umane, ma è anche vero che un personaggio non può considerarsi compiuto se totalmente esulato da quella parte di significato che solo il contesto può attribuirgli.

Stefania Scianni

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