Aquadro. L’esordio “al quadrato” di Stefano Lodovichi

“La prima volta non si scorda mai”. Questo il sottotitolo di Aquadro, film d’esordio del giovanissimo Stefano Lodovichi, vincitore del premio Miglior lungometraggio italiano al RIFF 2013. E mai frase fatta e così banale fu più adatta per definire un debutto che non cancelleremo facilmente dalla nostra mente di spettatori. Perché Aquadro stupisce dall’inizio alla fine, sotto molteplici punti di vista, in un risultato che dà una passata di coppale al soggetto più universale e inflazionato del cinema: la love story tra adolescenti. Qui i protagonisti sono Amanda e Alberto. Li lega una storia d’amore classica ma unica, di quelle che sbocciano come una (mal)sana idea a bordo di un pullman diretto in gita scolastica, prendono forma,  sguardo dopo sguardo, e contenuto da un timido, galeotto e agognato bacio intorno alla bottiglia del gioco più vecchio del mondo. Il decollo è poi in una fuga corsa a rallenty in un corridoio d’albergo che profuma d’amore e libertà. Ma non è la solita beata gioventù calata in quella fiera dell’innocenza che il cinema e la tv italiani ci hanno propinato più e più volte.

Con un sano romanticismo che non caramella tutto ciò che tocca, la regia e lo sguardo di Lodovichi riescono dove solo le aquile osano, ovvero nel togliere polvere e dare nuovo smalto al tema con una genuinità (vista di recente solo in L’intervallo di Leonardo Di Costanzo) che arriva allo spettatore cruda e tenera, poetica e aggressiva. Scelta vincente l’aver puntato lo sguardo sui ragazzi (attori non professionisti scovati tra Bolzano e Trento), solo e soltanto su di loro, lasciando lontano gli adulti con le loro paturnie e ramanzine, confinate in voci intra-diegetiche ma fuoricampo, come fantasmi che ronzano parole che non toccano i due protagonisti.

Aquadro, anche giocando con più formati di ripresa, mette al centro, con forza e decisione, il mondo di Internet e della tecnologia, con tutti i suoi pro e i suoi contro, e riflette sull’opposizione tra realtà mediata e realtà vera, su ciò che c’è sopra o dietro uno schermo luminescente e alienante. Alberto, come un Serafino Gubbio sui generis e post-moderno, si rifugia nella falsa consolazione del Web, dove c’è tutto quello che vuoi e, al soldo, ti risponde anche il piacere sessuale. Il suo sguardo e la sua vita si rinchiudono e rimpiccioliscono così tanto entro quella “cornice” che anche i momenti con Amanda, tra gioco e mania, devono essere ripresi e condivisi online. Ma la realtà, fatta di veri affetti, personificati da Amanda, gli farà capire cosa sono davvero l’amicizia e l’amore, sentimenti intrisi di quel contatto fisico che manca di fronte ad uno schermo.

Lirico e duro, ben recitato e ben montato, trascinato da una colonna sonora dolce e puntuale, Aquadro ha quel respiro europeo che emoziona oltre il solito cinema nostrano, segnale che anche in Italia ci sono autori “in potenza” capaci, pure a basso costo, di realizzare ottimo Cinema. L’esordio di Lodovichi si “tatua” nella nostra mente proprio come quella A, di Amanda, Alberto e amore, sulla pelle dei protagonisti. Iniziale, e prima lettera dell’alfabeto, che, stesa a spray rosso sul vetro della scuola, richiama al più noto simbolo anarchico. Aggettivo che, nella sua accezione più votata alla libertà e alla vita, è calzante per Aquadro. E lo è al quadrato.

Tommaso Tronconi

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