Professione “Rimpiazzo”: Amelio tra Chaplin e Marcovaldo

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX” 

Il mestiere che non c’è. Ma se l’Italia non si risolleva vedrete che prima o poi nascerà anche la professione del rimpiazzo. Cosa fa il rimpiazzo? Dipende. Antonio Pane, in attesa di trovare un lavoro vero che gli dia da vivere, sostituisce chi ha bisogno di assentarsi qualche ora e non vuole essere scoperto. Per pochi spiccioli, talvolta gratis, così tanto per tenersi in allenamento. Il quarantenne vive, anzi sopravvive così: pur di non rinchiudersi in casa a piangersi addosso, diventa, a seconda delle urgenze, muratore, cameriere, autista del tram, calzolaio, uomo delle pulizie, ambulante. C’è da asfaltare una strada maneggiando catrame? Non si nega. E se a una manifestazione sindacale serve uno che gonfia i palloncini, eccolo in piazza. Un uomo pratico e gentile, che lavora con le mani ma non dimentica il cervello, pronto a cogliere il buono che c’è in ogni esperienza lavorativa, anche se qualcuno lo sfrutta, lucrandoci sopra.

Dal 18 marzo scorso Gianni Amelio, classe 1945, calabrese di San Pietro di Magisano, gira a Milano il suo undicesimo lungometraggio: si chiama “L’intrepido”. Bel titolo evocativo, e chissà che non c’entri qualcosa, magari alla lontana, la mitica rivista a fumetti per ragazzi che fu pubblicata dai fratelli Del Duca ininterrottamente dal 1935 al 1998, salvo tre anni durante la Seconda guerra mondiale. Un film da fare alla svelta, otto settimane, in digitale, per strada, quasi che Amelio, dopo la spossante esperienza francese rappresentata da “Il primo uomo”, tratto da Camus, avesse voglia di sottrarsi a budget fastosi, ricostruzioni in costume e produttori incauti.
Per “La stella che non c’è”, che risale al 2006, il cineasta di “Porte aperte” e “Il ladro di bambini” arrivò fino in Cina, ritagliando la sua storia “on the road” sul viso e il corpo dell’operaio Sergio Castellitto; “L’intrepido”, tranne una parentesi in Ungheria, si svolge tutto a Milano, città perfetta per farvi muovere il protagonista, appunto Antonio Pane il rimpiazzo, incarnato da Antonio Albanese.

Prodotto da Carlo Degli Esposti insieme a Raicinema, con la collaborazione del Comune, della Film Commission lombarda e dell’Azienda trasporti milanesi, “L’intrepido” è un film avvolto da un rigoroso top-secret. Amelio, in questo, somiglia a Nanni Moretti, Giuseppe Tornatore e Marco Bellocchio: non gli piace parlare con la stampa prima di aver finito le riprese, anzi preferirebbe che il pubblico andasse al cinema senza saper nulla della vicenda. Si può capirlo. Cinefilo sofisticato e regista personale nonché per quattro anni accorto direttore del Torino Film Festival (da pochi mesi affidato alla guida di Paolo Virzì), Amelio ama spiazzare, sempre mettendo qualcosa di sé nei personaggi che inventa per lo schermo, anche se apparentemente distanti, diversi da lui.

A chi gli chiede che cos’è “L’intrepido”, il cineasta risponde così: «Una commedia con un cuore tragico su un uomo tenero e disarmato». Albanese, nato vicino a Lecco ma siciliano di origini, era stato in ballo per altri due film di Amelio. Poi non se ne fece nulla. «Alla fine ho deciso di scrivere un film per e su di lui, che è per me uno dei nostri più straordinari attori» confessa il regista. «Antonio sfodera qualità che definirei chapliniane, capaci di far convivere il sorriso con la commozione più struggente. Questo film è una nuova sfida, già vincente, perché arriva al momento giusto e io ho la forza giusta per farlo».

Chapliniano ma non solo: sembra quasi uscire da una ballata del primo Jannacci, per come si comporta, l’ometto fattivo interpretato da Albanese; e chissà che Amelio, autore del copione insieme a Davide Lantieri, non abbia pensato un po’ anche al Marcovaldo di Italo Calvino che Nanni Loy impersonò per la tv nel 1970, sotto la regia di Giuseppe Bennati. Uomini ottimisti nonostante tutto, per nulla ottusi, decisi a porre un argine al cinismo, forti di quella che il regista chiama «tenacia gentile». Una qualità umana che dovrebbe riverberarsi in un registro più lieve, a tratti paradossale, anche sul piano dello stile, benché il cuore del film resti drammatico: raccontare il lavoro che non c’è, la disperazione dell’Italia odierna. «La novità, rispetto agli altri miei film, è il tono apertamente brillante, frutto di un’ironia più di comportamento che di parola» ha spiegato Amelio, che torna ad avvalersi di collaboratori fidati come Luca Bigazzi alla fotografia e Franco Piersanti per le musiche.

Set blindato, trama custodita con cura dalla troupe, fotografie “rubate” che mostrano Pane-Albanese seduto su una panchina, lo zuccotto di lana in testa, gli abiti dimessi ma puliti, la barba sempre rasata, perché guai a lasciarsi andare. Anche se, strada facendo, l’uomo-rimpiazzo, separato con figlio ventenne musicista, dovrà misurarsi con un nuovo dolore prima di ritrovare il sorriso. Inutile dire che la Mostra di Venezia, dove Amelio vinse il Leone d’oro nel 1998 per “Così ridevano”, vorrebbe “L’intrepido” in concorso. Ma sarà pronto per settembre?

Michele Anselmi

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