Nina. Un tentativo di analisi poetica perso in un film

La vicenda nasce da una scusa. Dal caso. Il suo migliore amico le chiede un favore: prendersi cura di Omero, il cane depresso dei genitori. La ragazza accetta, trasferendosi nella casa di famiglia dell’amico. Un quartiere sconosciuto, abbagliante, fuori scala: l’Eur. Qui le persone appaiono e scompaiono. Qui ogni cosa è all’apparenza immobile, ogni spazio un deserto disabitato. Eppure, da questo momento in poi, per la ragazza inizia un periodo nuovo, magico, fatto di incontri. Una serie di personaggi perennemente in bilico tra il miraggio e la realtà costellano questa strana estate. Il professor De Luca, sinologo napoletano, Ettore, atipico bambino custode del palazzo dove è finita a vivere, il cane Omero, Marta, ragazza energica e vitale a cui Nina fa lezioni di canto “clandestine” ma soprattutto Fabrizio, un violoncellista incontrato per caso ed inseguito per scelta, nelle notti male illuminate e nei giorni di sole implacabile dell’Eur. Traghettatori a volte inconsapevoli a volte no in questo intervallo di crescita che condurrà Nina ad una inaspettata consapevolezza: quella del sentire e del sentirsi. Si parte dalla realtà per raccontare i desideri, le fantasie, la poesia. Delle cose e delle persone. Per scoprire che in un’estate divisa tra chi parte e chi resta, c’è chi non parte e non resta. Quelli come Nina, che vede la realtà per trasformarla in immaginazione. Il mondo di una storia che ha una geografia fantastica, fatta di cose piccole e semplici, di sudore, di ideogrammi, di determinazione e di indeterminatezza. Di buio denso e sole abbagliante. Ogni contrasto e contraddizione è un’opportunità di futuro in questo agosto. Dove tutto è davvero possibile, anche capire che l’unica cosa che davvero conta è quella a cui prima non avevamo mai pensato”.

E’ vero, Roma d’estate è come un deserto abitato.  Ad agosto la città cade in un silenzio surreale, col sole che infuoca l’aria e le case che sembrano vuote. C’è chi parte e c’è chi resta, e per questi ultimi l’unico pensiero è quello di trovar un modo per non pensare al tempo, quel tempo lunghissimo dove la routine degli impegni quotidiani sembra lasciar il posto alla solitudine, al silenzio di noi stessi in cerca di qualcosa. Ma è anche vero che Roma d’estate è il respiro meraviglioso di una città tormentata. I monumenti si guardano nudi come fosse la prima volta. Tutto tace intorno alla stanchezza degli uomini trasudata nelle culle delle fontane rassicuranti. Tutto tace all’esterno, mentre nei palazzi gli sguardi finalmente si soffermano, in portineria, per qualche istante, gli occhi percepiscono qualcosa che hanno sempre visto fugacemente, oltre le porte serrate, oltre le finestre sempre chiuse. Si sta nel piccolo, si rimane nei quartieri con le pellicole su schermi all’aperto, come nel set di un Nuovo Cinema Paradiso.

Le strade diventano foulard neri che si snodano senza piega e raggiungono orizzonti più aperti. Se si perdono, si ritrovano nello stile architettonico dell’Eur, quello immenso, fatto di colonnati e cemento armato, freddo, pesante, d’estate più imponente sotto l’effetto d’ombra, così netto e deciso che si finisce per odiarli in una esistenza fatta di incertezze, ansie e voglia di essere e non solo apparire.

Ma in Nina – nelle sale dal 18 aprile – tutto ciò è accennato. I personaggi, i dialoghi, le scene, tutto risulta come delle semplici note appuntate che attendono di essere arricchite. Una sceneggiatura dove la protagonista Nina, Diane Fleri, sciupa il ruolo nell’inespressività e lascia i riflettori (meritati) al piccolo Ettore, interpretato da Luigi Catani.

L’intenzione poetica non è sempre facile da comunicare. Il cinema è un contenitore di emozioni, di visioni, di ascolto, se non si riesce a comunicare ciò che si vorrebbe, si finisce solo per abbozzare intenzioni, rari tentativi poetici che, nella linearità dell’opera, scompaiono. Con l’interpretazione di Diane Fleri, Luca Marinelli, Ernesto Mahieux, Andrea Bosca, il film diretto da Elisa Fuksas entusiasma e crea attese per poi raffreddare (nei dialoghi e nell’interpretazione) le aspettative iniziali, deludendo così gli sforzi poetici nella messa in scena cinematografica.

Patrizia Miglietta

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