“Razzabastarda”: Gassmann padre rom tra droga e santeria

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

«Io sono quello che faccio con ciò che gli altri hanno fatto di me» scrisse Jean-Paul Sartre in un suo libro; e la frase risuona nel film, detta da un ambiguo avvocato interpretato da Michele Placido in partecipazione speciale, riferita al protagonista di “Razzabastarda” (scritto così, tutta una parola). Il film, da oggi nelle sale in una cinquantine di copie per iniziativa della Moviemax, segna l’esordio alla regia cinematografica di Alessandro Gassman, anzi Gassmann, perché il figlio del grande mattatore genovese, nato da padre tedesco e madre ebrea toscana, ha recuperato la doppia “enne” nel cognome.
Emblema della razza bastarda evocata dal titolo è Roman, un pusher quarantenne arrivato in Italia ai tempi di Ceausescu, con la madre e un panino ricolmo di maionese. Trasferitosi nella periferia sgarrupata di Latina, lo sfasciacarrozze esperto in vulcanizzazione gomme arrotonda alla grande spacciando cocaina insieme all’amico pugliese Geco, pacifico, a suo modo saggio, ma tossico marcio. Dolcezza animalesca e slanci impetuosi si mischiano nei comportamenti del gigantesco Roman, devoto alla Madonna Nera ma soprattutto al figlio diciottenne Nicu, per il quale sogna un futuro sicuro e agiato, da bravo avvocato. Purtroppo il ragazzo si vergogna di quel genitore analfabeta, sempre esagitato e iper-protettivo, preferendo la compagnia rischiosa di un maturo Lucignolo, detto “Talebano”, che spaccia droga citando Rimbaud e rifornendosi da feroci camorristi campani.
Sul piano inclinato degli eventi, mentre una partita di droga custodita da Roman nella sua casa-roulotte scompare, padre e figlio finiranno con lo scontrarsi, senza mai capirsi, mentre una pistola passa di mano in mano con esiti abbastanza prevedibili.

«La Romania è un pretesto, il film parla di integrazione possibile, razzismo, potere, sfruttamento. Certo, racconto la storia di gente che sbaglia, molto, indagando dove spesso non vogliamo guardare» sostiene Gassmann, piuttosto bravo, lui così facile al cliché quando fa il brillante, nel restituire accento, movenze e tatuaggi di questo padre illuso di poter salvare il figlio dalla droga senza redimere in qualche modo se stesso se stesso.
Magari non sarebbe dispiaciuta a Fabrizio De André questa storia di «esistenze smarrite e anime perse», tratta da una pièce teatrale di Reinaldo Povod, in originale “Cuba and his Teddy Bear”, che a sorpresa Robert De Niro volle interpretare a teatro nel 1986. Per tre anni, facendo del personaggio principale non più un emigrato cubano bensì un rumeno di origini zingare, l’attore italiano ha portato in scena “Roman e il suo Cucciolo”, per un totale di circa 240 repliche, pari a 250 mila spettatori.
Nel trasportare il testo dal teatro al cinema, mutando il titolo nel più ruvido “Razzabastarda” e prendendo qualcosa al prediletto Larry Clark, il 47enne Gassmann ha corso qualche rischio come regista esordiente, a partire dall’idea di usare un bianco e nero spesso e fortemente evocativo, tra “L’odio” e “Sin City”. C’è da augurarsi che, in questo clima di débâcle commerciale, “Razzabastarda” riesca a conquistarsi un posticino al sole dopo i premi ricevuti ai festival di Roma e di Bari.

Fotografia rugginosa di Federico Schlatter, musiche di sapore etnico/balcanico firmate da Pivio e Aldo De Scalzi, un mix di interpreti ben scelti, da Manrico Giammarota che fa il rallentato Geco allo spezzino Matteo Taranto che restituisce il feroce boss rumeno Dragos, dall’esordiente Giovanni Anzaldo nei panni del figlio alla modella rumena Madalina Ghenea nel ruolo di Dorina, la bella prostituta contesa di cui tutti si invaghiscono.
Certo, l’impianto teatrale si sente, sia nei dialoghi a tratti vagamente sentenziosi nonostante la grinta dialettale che li anima, sia nel senso di una certa ineluttabilità tragica che anima la partitura, riscritta in parte da Vittorio Moroni per lo schermo. In bilico tra film di genere, esplorazione linguistica e sproloqui etnici, “Razzabastarda” non cerca l’effetto iperrealista, semmai, come teorizza il regista-attore, sfodera una sua dimensione impressionista: «Non mi interessa restare totalmente attaccato alla realtà, cerco un impatto emotivo diverso, vorrei provare a dare una dignità alle persone che racconto».
Il film in buona misura ci riesce, pur ricorrendo a una serie di maschere funzionali alla storia dai risvolti pulp. Appunto il gigante manesco ma dal cuore buono, la puttana fragile e seduttiva, il diciottenne confuso alle prese col suo violento romanzo di formazione, il delinquente bullo che forse non è così cattivo. A emergere dal bianco e nero alcuni inserti a colori, tra fumi spessi, facce zingare e riti da “santeria”, quasi a dirci che il destino dei personaggi è segnato sin dall’inizio.

Michele Anselmi

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