Cinema, ancora di salvezza 200 milioni all’anno dalle tv

Pubblicato su Il fatto Quotidiano di martedì 16 aprile

Il cinema italiano è perennemente in crisi. Ho iniziato a fare film nel ‘68 e già allora non c’era una lira. Figurarsi ora che c’è gente che si ammazza perché non arriva a fine mese. Eppure nonostante la crisi, si continuano a produrre più film di quanto il mercato possa sopportare. Forse perché andare al cinema è tuttora lo svago meno costoso. Da sempre gli italiani hanno fatto tesoro della miseria atavica ricorrendo alla fantasia. Come quando nel 1960 Roberto Rossellini e il suo produttore, esaurito il budget di Vanina Vanini e dovendo girare le ultime scene, ne inventarono una davvero diabolica. Fecero ricoverare e operare d’urgenza la protagonista per un’appendicite inesistente. In quel modo incassarono il premio dell’assicurazione. L’attrice si ritrovò con un pezzetto di viscere in meno, ma le riprese vennero
terminate.

E che dire del produttore napoletano Peppino Amato, quando si mangiò uno dietro l’altro i fogli di un contratto, davanti agli occhi esterrefatti del creditore? Oggi abbiamo sempre pochi soldi per fare buoni film, ma anche meno creatività. In barba agli abusi sulle posizioni dominanti, il duopolio Rai-Mediaset ha pressoché decimato la categoria dei produttori, riducendoli, salvo rare eccezioni, a meri strumenti delle loro politiche, stereotipate e conformiste. Più che di imprenditori, la definizione è di Aurelio De Laurentiis, trattasi di una categoria di “prenditori”. Ditemi se  conoscete un produttore italiano che avrebbe il coraggio di finire un film con un duro attacco al capo dello Stato, come hanno fatto gli americani con Killing Them Sof tly, dove Brad Pitt, nella scena finale, spara a zero su Obama. Provate a fare un film ispirato all’articolo di Marco Travaglio di domenica 7 aprile, critico di Napolitano. Non ci credo neppure se lo vedo. Nonostante la pochezza di una industria che non è mai stata tale, sta per compiersi un mezzo miracolo.

Nella conferenza stampa che si terrà oggi, targata Anica-Mibac, verrà spiegato cosa sta succedendo. Verrà reso noto che lo scorso anno abbiamo prodotto ben 166 film contro i 155 dell’anno precedente. I capitali investiti sono passati da 423 a 485 milioni di euro. La presenza estera nelle agevolazioni fiscali è addirittura raddoppiata: da 25 milioni a 50. Ma la vera novità è un’altra, che si ha timore di pubblicizzare, perché rischia di diventare una miccia incendiaria. Due ministri, Passera e Ornaghi, hanno firmato un decreto per rispettare ciò che in Europa è legge da anni. Diventerà operativo dal prossimo luglio. È il decreto sulle “quote” di finanziamento che le televisioni dovranno destinare alla produzione cinematografica. Circa 200 milioni di euro all’anno. Un fiume di denaro per avvicinarsi al cinema d’Oltralpe, che la fa da padrone grazie alla sua lungimiranza. Laggiù le tv investono il doppio di noi: 380 milioni di euro. Qualcuno si domanderà: è giusto, in tempo di crisi devastante, immettere nel cinema tanto denaro? In realtà non si tratta di denaro pubblico, ma di soldi che le televisioni hanno accumulato sfruttando migliaia di film mandati in onda a ogni ora del giorno e della notte. Siamo dunque di fronte a una forma di “risarcimento”. In base al decreto, la Rai investirà il 3,6% dei suoi ricavi complessivi, mentre Mediaset e gli altri gruppi televisivi il 3,5% degli introiti netti. Le tv dovranno inoltre dedicare un tempo di programmazione pari all’1% circa per la diffusione di film nazionali. Nell’intervento del governo manca però una strategia.

Il mondo audiovisivo, lasciato alla mercè di pochi gruppi di potere, naviga a vista in un vuoto legislativo desolante: l’ultima legge cinema risale al 1962, roba da repubblica delle banane. Nessuno poi si pone l’interrogativo che gli altri paesi stanno affrontando: il cinema e la televisione di domani già non esistono più, come quelle stelle che brillano e sono morte da milioni di anni. Già oggi il domani è digitale e sarà il web a sostituire gli schermi piccoli e grandi. Intanto contro il decreto appena varato si stanno muovendo truppe cammellate. Ricordate quando qualche anno fa il ministro dei Beni culturali osò proporre che Telecom e gli altri provider si facessero carico di una quota di risarcimento contro la pirateria? Il ministro venne sconfessato e la proposta di legge cassata dalla sera alla mattina. Un dato fornito in questi giorni ha evidenziato che la pirateria in Italia crea danni per circa 5 miliardi di euro l’anno. Una cifra spaventosa, che si riflette sulla perdita di migliaia di posti di lavoro. Non per niente l’Italia figura al vertice della black list dei paesi “pirati” stilata dal governo americano. Oltre alle televisioni, che sono scese sul piede di guerra e cercheranno di boicottare l’attuazione del decreto, si stanno muovendo anche i produttori di fiction, i quali chiedono perché le quote sono riservate al cinema e non alla tv. Un pugno di clientes, che si spartiscono la torta della fiction grazie ai loro rapporti per lo più politici, non si accontenta di dividersi un budget annuo che supera i 500 milioni di euro. Vogliono di più. È proprio vero che l’ingordigia non finisce mai.

Roberto Faenza

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