Tutto parla di te. Le mamme interrotte di Alina Marazzi

E’ la sua voce, quella della regista, quella di Alina Marazzi, ad aprire il proprio esordio al lungometraggio di finzione Tutto parla di te. E’ lei a parlare dietro la maschera di una madre confinata, ma non dimenticata, in uno di quei nastri registrati che si tengono in soffitta. Alina Marazzi donna, figlia, mamma. Ed è proprio quest’ultima evoluzione femminile, la figura genitoriale per eccellenza, al centro anche di questa sua quarta produzione, approdo di una filmografia che, sin dal debutto con lo splendido e trascurato Un’ora sola ti vorrei (2002), passando per Vogliamo anche le rose (2007), si contraddistingue per il suo essere votata a tematiche rosa.

Protagoniste di Tutto parla di te sono due donne, una anziana, Pauline, e una giovane, Emma. La prima torna a Torino per avviare, presso un Centro maternità, una ricerca sulle esperienze e i problemi delle mamme di oggi. Nella struttura incontra la seconda, danzatrice bella e sfuggente che non sa mettere a fuoco la propria identità di madre. Due destini, in partenza, così lontani, che col tempo si scopriranno inaspettatamente così vicini.
Valevole del premio Miglior Regista emergente all’ultimo Festival del Cinema di Roma, Tutto parla di te merita la statuetta poiché, nella sua componente tecnica, è cinema allo stato puro, espressione e frutto del montaggio (qui di Ilaria Fraioli). La Marazzi, con fare impressionista e violenza vangoghiana, mischia fiction e realtà creando raccordi su raccordi, che legano tra loro spezzoni da filmini di famiglia (come già accadeva nel suo titolo d’esordio) e interviste realizzate a vere mamme del Centro maternità, foto d’epoca e filmati di repertorio, animazione in stop motion e inserti di finzione. Found footage e home movies si intersecano e distinguono con forza da un plot di fiction necessario ma meno incisivo dell’apporto documentaristico. La linea di confine tra le due “fonti” è volontariamente marcata dalla Marazzi con una fotografia più calda per la componente di “cinema verità” e più fredda per quella di finzione. Una scelta che si ripercuote sullo spettatore sul piano dell’emozione, che colpisce più materna e affettuosa nel primo caso, più asettica e impermeabile nel secondo.
Contribuisce a quest’esito anche la prova attoriale delle due protagoniste: Charlotte Rampling è una maschera di cera chiusa in un dolore passato ma sempre vivo e in uno sguardo perso e impenetrabile; Elena Radonicich, il cui volto somiglia molto a quello della vera madre della Marazzi (vedere Un’ora sola ti vorrei per credere), rimane scontrosa e distante, lacrimosa e barocca, in un personaggio che vorrebbe urlare al mondo un male che però tiene soffocato in sé. Il risultato finale è un film mediocre e disomogeneo, che affascina tecnicamente nella sintassi narrativa ma risulta sterile nella comunicazione emozionale.

E in conclusione un interrogativo sorge spontaneo: dopo tre film incentrati sulla figura femminile come madre e donna, tra documentario e finzione, viene da chiedersi, tra speranza e rassegnazione, se la forte cifra autoriale della Marazzi riuscirà mai a sganciarsi dal ricordo, che è desiderio e ormai topos, della madre scomparsa quando lei aveva appena sette anni.

Tommaso Tronconi

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