Passione sinistra, ovvero il cinema autolesionista

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Immancabile e prevedibile, sui titoli di testa risuona la canzone di Giorgio Gaber “Destra Sinistra”, se non altro nell’apprezzabile versione funky-blues di Marco Mengoni. Ricorderete: «Tutti noi ce la prendiamo con la storia ma io dico che la colpa è nostra / è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra. / Ma cos’è la destra cos’è la sinistra… / Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…». Il catalogo degli oggetti e delle consuetudini magari andrebbe aggiornato, infatti sentiamo dire, a un certo punto del film, «il kebab è di sinistra e il sushi è di destra», più altre amenità varie.

Uscita il 18 aprile in 270 copie, totalizzando nel primo week-end la miseria di 351 mila euro, “Passione sinistra” è la commedia politico-sentimentale che Marco Ponti, a quasi dieci anni da “Andata + Ritorno”, ha tratto liberamente, forse troppo, dal quasi omonimo romanzo di Chiara Gamberale “Una passione sinistra”. Il cineasta piemontese, nelle interviste, mette subito le mani avanti: «Il film non è sullo scontro destra-sinistra, semmai sul superamento di quello scontro, il cuore della storia è: come uscire da quella dualità?». E ancora: «Volevo raccontare un amore che nasce dalle rispettive tifoserie ideologiche per diventare un’altra cosa. Naturalmente attraverso la commedia romantica, che presuppone un finale di speranza». Proprio ciò che non prevede il libro di Gamberale, ambientato tra la caduta del Muro e la vittoria di Berlusconi.

Il titolo è accattivante, nel suo giocare tra i due significati della parola “sinistra”, il film, purtroppo, molto meno. L’ambizione è di raccontare lo spirito del tempo, cogliendo una certa confusione ideale che si respira oggi in Italia, ironizzando su tutto, diciamo senza prendere partito. Ma Ponti non è il Virzì di “Ferie d’agosto”, più acre e spiazzante; sotto la superficie divertita e sfottitoria c’è poca sostanza, in fondo il senso del film sta nella domanda sciocchina piazzata sul manifesto, accanto al titolo: «Da che parte sta l’amore?». Vai a saperlo. È come chiedersi, per citare il sublime Gigi Marzullo, «il cinema è di destra o di sinistra?».

Il quartetto in scena è composto da Valentina Lodovini, Alessandro Preziosi, Vinicio Marchioni e Eva Riccobono. Sono, nell’ordine: Nina, Giulio, Bernardo e Simonetta. Il rinforzo comico è garantito da Geppi Cucciari, nel ruolo di Martina, amica realista e vitalista, secondo la quale «gli ideali andavano di moda negli anni Sessanta, come i Beach Boys”. Succede che l’ecologista, antagonista e politicamente corretta Nina debba vendere la villa al mare del padre appena scomparso; l’acquirente è Giulio, un berlusconiano di ferro, razzista, arrogante e qualunquista, insomma l’opposto esatto della giovane donna. I due sembrano fatto apposta per detestarsi, e sulle prime è tutta una schermaglia ideologica. Ma siccome la passione amorosa non ha regole ecco che, inattesa, scatta la scintilla tra i due, con conseguenti sensi di colpa. S’intende che anche i rispettivi fidanzati finiranno a letto insieme: lo scrittore toscano Bernardo, eterna “giovane promessa” per dirla con Arbasino, e la bionda sexy-ochetta Simonetta che confonde “pregiudicato” con “spregiudicato”.

«La cosa bella della vita non sono le nostre certezze, ma i nostri cambiamenti» illumina una frase nel finale. Si poteva escogitare di meglio, ma Ponti sembra crederci molto. Teorizza infatti: «La collisione tra passione politica e passione amorosa diventa così il propellente per generare qualcosa che si spera possa essere un’Italia nuova, meno bloccata, meno prigioniera di incapacità di agire e luoghi comuni».

Purtroppo è la commedia, targata Biancafilm e Raicinema, a ribollire di luoghi comuni: il che andrebbe anche bene, al cinema, se lo stereotipo bozzettistico poi riuscisse a fare il salto, a ispessire il cuore drammaturgico della storia in una chiave di cine-romanzo. Anche in “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola il personaggio incarnato da Giovanna Ralli si produceva in ridicole cantonate verbali, scambiando “idrocarburi” per “carboidrati” e “schiumante” per “spumante”, solo che dietro si profilava la tragedia, quasi cechovianamente. In “Passione sinistra”, al contrario, prevale la farsa, come del resto in “Benvenuto Presidente” o “in Viva l’Italia”, o il grottesco sfrenato: è il caso di quel giovane candidato a sindaco di Roma che ciancia di Rete, Nuovo, Partecipazione ma poi si rivela un fesso lesto ad acquistare barche in nero e incapace di pensare alcunché (Ponti dice di essersi ispirato al re dei Lemuri di “Madagascar” e non a Matteo Renzi, come pure vorrebbero fargli dire in conferenza stampa).

In compenso fa sorridere la battuta scandita dallo scrittore-seduttore, vagamente ritagliato, nella calata fiorentina, su Sandro Veronesi: «Finché non mi confermano che vado da Fazio non riesco a concentrarmi». In partecipazione speciale appare anche Marco Travaglio. «Quando ho dei dubbi mi chiedo sempre: cosa farebbe Travaglio al mio posto?» confessa addirittura Nina con fideistico trasporto. E lui, alla guida di un’auto (nel film le Opel sono di sinistra, le Lancia di destra), si materializza al semaforo. Peccato che scatti subito il verde: sicché niente risposta del guru.

Michele Anselmi

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