Sta per piovere. Mi chiamo Said e sono italiano

Said è un giovane sicuro ed ambizioso, nato e cresciuto in Italia da genitori algerini, studia ingegneria meccanica e lavora come panettiere part-time. A seguito del suicidio del direttore della fabbrica in cui lavora suo padre, la famiglia si trova di fronte alla lacerante realtà di non poter rinnovare il permesso di soggiorno, come fa periodicamente ormai da trent’anni, e riceve un decreto di espulsione. La vita di Said cambia di colpo: l’Italia, il Paese che ha considerato da sempre il suo, appare ora come un muro di gomma che lo spinge a ‘tornare a casa’, in Algeria, luogo che lui non ha neanche mai visto… Si appella agli avvocati, ai sindacati, alla stampa, cercando di portare l’attenzione su un problema concreto che non è solo il suo ma di tanti italiani di seconda generazione, e di fronte a lui c’è il lacerante dilemma: restare in Italia da clandestino o partire per l’Algeria ricominciando da zero, in un paese che gli è estraneo?

Il regista Haider Rashid, nato a Firenze da padre iracheno e madre italiana, racconta che il fatto di avere un nome arabo ha influenzato la sua giovinezza. Figlio di “immigrati” – sua madre pur essendo italiana ha lasciato la Calabria da ragazza, trasferendosi a Firenze – associa la parola ad un senso di dolore ma anche di scoperta. Lui e i suoi due protagonisti, Lorenzo Baglioni e Giulia Rupi, sono nati negli anni ’80 e nel film, terzo lungometraggio di Rashid, si respira un senso di novità e freschezza. Bello il tema scelto, l’idea di raccontare uno spaccato della vita di quel vasto numero di ragazzi, figli di immigrati, italiani “solo a metà”. E belli gli scorci di una Firenze meno nota, lontana dalle ovvietà da cartolina, la Firenze di quei viali e case basse accarezzati dal sole estivo e dal caldo umido. Piacevole la colonna sonora che mischia sonorità tradizionali con contaminazioni arabe. Ma il ritmo, spezzato in più punti, procede poi come in un loop di scene ripetute stancando lo spettatore. La retorica di alcuni tratti e la recitazione troppo enfatica mal si sposano con il realismo ben riuscito di altri.

Francesca Bani

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