Effetti collaterali. Il labile confine tra realtà e finzione

In uscita il primo maggio, Effetti collaterali di Steven Soderbergh è un thriller accattivante in cui viene trattato un tema molto attuale negli Stati Uniti, ossia la dipendenza da antidepressivi e la correlazione tra questi e i comportamenti spesso inspiegabili di alcuni soggetti. L’idea di scriverci una sceneggiatura è nata da Scott Z. Burns che, in seguito a un periodo di osservazione in un ospedale psichiatrico, ha deciso di parlarne nell’intento di attrarre l’attenzione su quanto il fenomeno sia oggi in crescita. In particolare, il film è incentrato su quel labile confine tra realtà e finzione, o per meglio dire, tra ciò che è reale e ciò che invece lo sembra.

Emily (Rooney Mara) e Martin (Channing Tatum) sono novelli sposi quando lui viene arrestato con l’accusa di insider trading. Passano quattro anni prima che venga rilasciato, ma una volta fuori le conseguenze per Emily, già precedentemente provata emotivamente dall’arresto, saranno talmente devastanti da procurarle un pesante stato depressivo fino a tentare il suicidio. Per evitare il ricovero in ospedale, si affiderà alle cure di uno psichiatra Jonathan Banks (Jude Law), ma la situazione non mostrerà segni di miglioramento. Questo fin quando il medico non entrerà in contatto con la sua precedente psichiatra (Catherine Zeta-Jones) che gli suggerirà di farle provare un farmaco sperimentale. Riuscirà la donna a uscire dal tunnel o gli effetti collaterali prenderanno il sopravvento su di lei? Certo è che da quel momento niente sarà più come prima.

Il film ha un ritmo interessante e non annoia, è una visione piacevole sebbene manchi di un livello di suspence adeguato visto il genere, tanto che si inizia a intuire l’evolversi della trama già a metà della proiezione. Alla fine il colpo di scena c’è, ma arriva troppo tardi per non accorgersi che alcuni aspetti non sono stati approfonditi a dovere, creando inevitabilmente dei gap narrativi. Come spesso accade nel cinema statunitense, il fare comune è di rimanere in superficie, non solo per quanto riguarda i fatti, ma anche per i personaggi, che non vengono sufficientemente sviluppati, a maggior ragione in un’opera in cui fondamentale è l’aspetto più caratteriale e psicologico. Eppure, oltre allo spunto originale, anche la scelta degli attori, talentuosi e entrati ciascuno a pieno nel proprio ruolo, è azzeccata, tanto più se se si pensa che la storia è costruita su quattro personaggi, di cui principalmente due (Emily e Jonathan) sono vittime di un ossessione che trascinerà entrambi in un vortice di avvenimenti da cui sembreranno non poter fuggire fino all’ultima scena.

Il bello della sceneggiatura è che non insiste eccessivamente sulla tematica dei farmaci. In realtà parla di una persona che ha tutto da perdere e che perde tutto” dice Jude Law. Forse in fondo era proprio questo l’obiettivo del regista: dimostrare il potere distruttivo che l’abuso di psicofarmaci può avere sulle persone. Certo è che qui non ci sono né vincitori né vinti, perché ognuno esce a suo modo sconfitto.

Stefania Scianni

Lascia un commento