Il botteghino piange, ma ha senso fare 166 film italiani all’anno?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Un dato che fotografa bene la situazione. Metà degli italiani non va mai al cinema. Ancora. Nel 2010, l’anno del successo planetario di “Avatar”, si sono staccati in Italia poco più di 120 milioni di biglietti. Sempre pochi rispetto a Francia e Spagna. Nel 2012, dopo la sbornia del 2011 legata al trionfo di Checco Zalone, i biglietti venduti sono addirittura scesi a 91 milioni. Risultato? La quota di mercato occupata dal cinema italiano è precipitata dal 35,6 per cento al 25,2. E la percentuale si abbasserà ancora.

Tuttavia, ecco il paradosso, l’anno scorso sono stati prodotti ben 166 lungometraggi in Italia, 155 nel 2011, 142 nel 2010. Non sarà un numero irragionevole con l’aria che tira e gli incassi in discesa libera? Anche perché molti di questi film, magari talvolta interessanti e costati poco, tra i 300 e gli 800 mila euro, sono destinati, in partenza, a non fruttare nulla sul piano commerciale, spesso neanche ad uscire per finta in attesa dello sfruttamento dvd o di un ipotetico passaggio su Sky.
Perché farli allora? Vai a sapere. E soprattutto: una volta fatti, è ragionevole pensare che possano uscire tutti al cinema? Guai a farlo notare. Si passa per nemici del cinema tricolore, scatta come un riflesso condizionato la retorica nazionale, la nostalgia per i bei tempi andati, quando si giravano 250 film all’anno, il pubblico magari snobbava Antonioni ma riempiva le sale per i western-spaghetti o le farse di Franco & Ciccio. Sciocchezze. Finiti quei tempi, quell’industria, quei “generi”.
Sappiamo benissimo, però, che le nuove piattaforme hanno fame di prodotti freschi. A patto che siano appetibili, almeno commerciabili; o così artisticamente riusciti da diventare casi da festival. Altrimenti si spendono soldi inutilmente, specie quelli dello Stato, benché le risorse pubbliche siano progressivamente scese, fino a toccare la cifra di 23-25 milioni all’anno.
Fateci caso. Giovedì 11 aprile sono usciti ben sette film italiani, tra i quali “Ci vediamo domani” di Andrea Zaccariello, “Undici settembre 1683” di Renzo Martinelli, “Il volto di un’altra” di Pappi Corsicato, “La città ideale” di Luigi Lo Cascio, “Tutto parla di me” di Alina Marazzi, “Un’insolita vendemmia” di Daniela Carnacina. Nel primo week-end, a parte il primo interpretato da Enrico Brignano, che ha fruttato 628.837 euro, comunque pochi, gli altri nell’ordine hanno incassato: 75.896 euro Martinelli, 72.991 Corsicato, 40.649 Lo Cascio, 32.154 Marazzi, 18.683 Carnacina. Cifre desolanti. La settimana dopo sono arrivati altri quattro film nostrani, uno dei quali, “Passione sinistra” di Marco Ponti, addirittura pensato per il grande pubblico, senza badare tanto a sottigliezze. Sapete quanto ha totalizzato nei primi quattro giorni di programmazione con ben 277 copie in giro? Appena 351 mila euro. Un altro disastro.

Naturalmente è facile dare la colpa all’affollamento delle proposte, al disordine delle uscite, per la serie «Cinema italiano allo sbaraglio», come ha titolato “il Giornale” un articolo di Pedro Armocida. Magari fosse semplice “tafazzismo”! Mettiamo pure che entrino in campo ragioni diverse: scadenze tecniche legate ai David di Donatello, il terrore del bel tempo, le strettoie della distribuzione, la chiusura delle sale cittadine, l’eccesso di fondi di magazzino, le pretese dei registi, la rassegnazione dei produttori.
Resta che di tutti questi film tricolori non si sa che fare. Infatti Riccardo Tozzi, presidente dell’Anica e produttore in proprio con Cattleya (suo “Il principe abusivo” di e con Alessandro Siani, unico campione di incasso di questo inizio stagione con oltre 14 milioni), non si stanca di ripetere: «Smettiamola di illuderci, ci sono film che non debbono proprio andare in sala. Se riusciamo a costruire una cultura e una civiltà della fruizione dei contenuti a pagamento, alcune opere italiane potranno avere visibilità su altre piattaforme». Civiltà della fruizione significa lotta alla pirateria. Facile a dirsi, a prescindere dagli intoppi politici, nel momento scaricano davvero tutti a colpi di downloading: non solo ragazzi smanettoni e ventenni squattrinati, bensì i loro padri, inclusi i benestanti. Il danno economico, pensato, è stimato in 500 milioni all’anno.

Che fare allora? «Ogni film deve avere un senso e un proprio obiettivo. Bisogna scommettere sulle storie e sui talenti, poi certo se parliamo solo di ritorni economici le cose sono diverse» raccomanda Paolo Del Brocco, capo di Raicinema. E se lo dice lui che spende 50 milioni all’anno per finanziare cinema italiano. La verità è che sostanzialmente si continua a vendere il cinema come trent’anni fa. Mantenendo finestre temporali, le cosiddette “windows”, che sanciscono per legge il tempo che deve trascorrere tra uscita in sala e altre forme di fruizione: 3 mesi per il dvd in affitto, 6 mesi per la pay-per-view, 12 mesi per la pay-tv, 24 per la tv generalista. Come fermare uno tsunami con un bicchiere. Fresco è il ricordo di quanto avvenne per “Alice in Wonderland” di Tim Burton, nel 2010, quando un potente circuito europeo di multiplex, Odeon-Uci, minacciò di boicottare il film nelle sale solo perché la produttrice Disney aveva intenzione di far passare “solo” 12 settimane, invece delle 15 allora richieste, tra grande schermo e dvd.

Viene da chiedersi: ma di che cosa stiamo parlando? Promuovere un film al cinema, nel senso di farlo uscire decentemente, con supporto di trailer e pubblicità, costa molto. Poi ci sono le eccezioni, quei miracoli commerciali che viaggiano col passa-parola positivo, come nel caso di “Pranzo di ferragosto” di Gianni Di Gregorio: costato una bazzecola, quasi girato in casa, incassò oltre 2 milioni di euro nel 2009.
Ma per il resto molti dei film italiani, che siano d’autore, sperimentali o anche pensati per il grosso pubblico, sono avviati a sicuro oblio. Non per fare graduatorie antipatiche, ma che senso ha, per fare qualche esempio tra i tanti, anche alla luce dei risultati commerciali, realizzare film come “Outing – Fidanzati per sbaglio” di Matteo Vicino, “Sandrine nella pioggia” di Tonino Zangardi, “La mia mamma suona il rock” di Massimo Ceccherini, “Dracula 3D” di Dario Argento, “La scoperta dell’alba” di Susanna Nicchiarelli, “Ci vuole un gran fisico” di Sophie Chiarello o “L’amore è imperfetto” di Francesca Muci?

Tutto ciò mentre perfino titoli americani di un certo rilievo escono solo in dvd. È successo al toccante “The Company Men” di John Wells, con attori del calibro di Affleck, Kevin Costner e Tommy Lee Jones; o all’epico “The Way Back” di Peter Weir, con Jim Sturgess, Ed Harris e Colin Farrell. Può darsi che meritassero di misurarsi col pubblico della sala, tuttavia Raicinema, temendo il flop, ha scelto la via dello sfruttamento casalingo. Al costo di 3 euro, senza “scaricarli”, si può affittarli e vederli comodamente a casa, anche in originale coi sottotitoli.
Due anni fa Gabriele Romagnoli gridò allo scandalo, sulla prima pagina di “la Repubblica”, perché nessuno voleva distribuire in Italia l’apocalittico e mesto “The Road” di John Hillcoat, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy. «Fatecelo vedere e giudicare da noi, è un diritto» ammonì. Un diritto? Alla fine la Videa-Cde di Sandro Parenzo l’acquistò, il film, pure bello, uscì il 28 maggio del 2010 tra recensioni positive, ma in tutto incassò 1 milione e 212 mila euro. Pochissimo per il costo dell’operazione. E il protagonista era lo straordinario e versatile Viggo Mortensen, mica Alessandro Preziosi o Enrico Lo Verso.

Michele Anselmi

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