Miele. La morte non è mai dolce: Valeria Golino e l’eutanasia

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Nome in codice: Miele. Forse perché, a causa di un’orribile aggettivazione invalsa nell’uso giornalistico, si intende “dolce” la morte che la trentenne Irene somministra con l’aiuto di un farmaco ai malati terminali decisi a chiuderla lì, per sottrarsi a sofferenze insopportabili e condizioni di vita ritenute non più dignitose.
Esce oggi, 1° maggio, il film che segna l’esordio alla regia di Valeria Golino. Poi, il 17 maggio, passaggio al festival di Cannes nella sezione “Un certain regard”. All’inizio doveva chiamarsi “Vi perdono”, sulla scorta del romanzo omonimo di Angela Del Fabbro, pseudonimo scelto da Mauro Covacich nel 2009 (oggi, col titolo “A nome tuo”, il libro porta la firma vera dello scrittore).
“Miele” suona meno lugubre e respingente, anche se la materia resta la stessa. Scritto da Golino insieme a Francesca Marciano e Valia Santella, il copione si distacca dal romanzo quel tanto che serve per ispessire la storia sullo schermo e offrire qualche risposta in riguardo alle traiettorie umane dei personaggi. Certo, il tema è di quelli che fanno tremare le vene e i polsi, infatti più di uno, nell’ambiente del cinema, accolse con diffidenza la scelta della regista esordiente e del suo produttore e compagno Riccardo Scamarcio. Per la serie: «Siete pazzi. Volete fare due film in un uno? Il primo e l’ultimo?».

Invece “Miele” è una riuscita, e bene hanno fatto Raicinema, ministero ai Beni culturali e la distributrice Bim a collaborare all’impresa, affiancando i coproduttori francesi e appunto la società di Scamarcio e Viola Prestieri.
«L’argomento è un tabù più per le istituzioni e la politica che per le persone, spesso costrette a vivere questi dilemmi. Il film riflette su scelte eticamente sensibili, che colpiscono i nostri giudizi e pregiudizi intimi, anche quando ci proponiamo come politicamente corretti» spiega la regista. Aggiungendo che “Miele” «non è contro qualcosa, non vuole essere provocatorio, si addentra nei dubbi strazianti, non prende posizioni definitive e non ha certezze». Detto ciò, Golino una propria idea sul controverso tema legato al testamento biologico la esprime: «Credo che ogni persona abbia diritto di gestire il proprio corpo e di decidere come finire la propria vita». Difficile non pensare ai recenti casi riguardanti l’intellettuale Lucio Magri e il magistrato Pietro D’Amico.

Non che il cinema sia insensibile alla questione dell’eutanasia o come si vuole definire il suicidio assistito. Vengono in mente, tra i tanti, il tormentato “La bella addormentata” di Marco Bellocchio, il sulfureo “Kill Me Please” di Olias Barco, il corale “Le invasioni barbariche” di Denys Arcand, il toccante “Di chi è la mia vita?” di John Badham. E altri titoli si potrebbero fare. Vero è, però, che “Miele” assume un punto di vista particolare: quello di Irene, una giovane donna determinata e forte che dietro congruo compenso (si vedono buste con tante banconote da 100 euro), contribuisce ad abbreviare le agonie di persone stanche di vivere a causa di malattie gravi e invalidanti.
Incarnata con lucida immedesimazione da Jasmine Trinca, nella vita vera colpita da un grave lutto familiare poche settimane prima di andare sul set, Irene è professionale, metodica, non sembra avere tentennamenti nella “missione” che svolge, clandestinamente, in accordo con alcuni medici favorevoli alla cosiddetta dolce morte. Ogni tanto vola in Messico, dove è facile acquistare confezioni di Lamputal, un farmaco letale a uso veterinario. In dosi massicce l’effetto è assicurato anche sull’uomo: bastano due o tre minuti, senza dolore si passa dal torpore alla morte. Irene si occupa di tutto, anche del corredo musicale, naturalmente dopo aver chiesto per l’ultima volta al “paziente” se è deciso davvero a compiere il gesto definitivo nell’ambito familiare.

«Certo che lei fa proprio un lavoro di merda» scandisce una signora che pure la ingagg0ia. Ma Irene sembra reggere e con lei il castello di bugie che la protegge. Abita da sola in una casa sulla spiaggia dalle parti di Fregene, nuota con la muta nel mare d’inverno, fa sesso freneticamente con un ecologista sposato, corre in bicicletta a perdifiato, come per riacchiappare la vita da qualche parte.
Finché l’incontro con un settantenne che ha deciso di morire non la mette in crisi. Lei gli procura il veleno credendolo malato gravemente; salvo poi scoprire che l’ingegnere Carlo Grimaldi, ovvero Carlo Cecchi, è sano come un pesce. Irene vorrebbe indietro il Lamputal. «Io aiuto i malati, non sono un sicario» protesta, quasi aggredendo l’intellettuale sofisticato e sentenzioso, che ascolta Bach e Brassens ma si diverte con la tv-trash. «Io ho perso interesse per ogni cosa, tutto è terribilmente noioso. Con il malato è più facile. Ma se la malattia è invisibile, cos’è: un capriccio, un’eresia?» replica lui. Per Irene è l’inizio di un dialogo serrato: anche con la propria coscienza.

Con apprezzabile pudore, Golino lascia le morti fuori campo, fermandosi un attimo prima, perché non serve mostrare. E c’è del vero quando sostiene che “Miele” «è un film libero e formale», nel senso che non fa sconti rispetto alla durezza del tema e insieme lavora sull’impatto visivo, senza fronzoli ma con rigore estetico (giusta la fotografia di Gergely Poharnok).
La bellezza distratta di Jasmine Trinca, occhiali da sole, capelli corti, jeans, maglietta e giubbetto di pelle, fa da contrasto alla pena custodita dalle tristi vicende che il film pone allo sguardo dello spettatore. Finché anche lei, travolta dagli eventi e scossa nelle proprie convinzioni, comincerà a vacillare. In attesa di un sorriso che forse verrà, forse no.
Nel cast, in piccoli ruoli, anche Libero De Rienzo, Vinicio Marchioni, Iaia Forte, Roberto De Francesco e Barbara Ronchi. Un po’ di musica in meno non avrebbe guastato.

Michele Anselmi

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