Non ci resta che ridere? La commedia tiranna

L’associazione 100Autori e il Sindacato nazionale critici cinematografici organizzano per giovedì 2 maggio alle ore 17.00 presso la Casa del cinema di Roma (Largo Marcello Mastroianni 1) l’incontro “Non ci resta che ridere? – La commedia nel cinema italiano”.

Attraverso brevi comunicazioni di critici centrate su alcuni aspetti della commedia – i variegati e diversi sottogeneri, il rapporto con la realtà dei nostri giorni, le modalità della scrittura e le relazioni con la committenza, l’importanza e la congruità nella scelta degli interpreti – desideriamo stimolare un dibattito coinvolgendo registi e sceneggiatori impegnati nel genere.

Le comunicazioni critiche sono affidate a Michele Anselmi, Alberto Crespi, Paolo D’Agostini, Fabio Ferzetti mentre gli autori che hanno già confermato la propria presenza sono Fausto Brizzi, Massimo Gaudioso, Luca Lucini, Giulio Manfredonia, Neri Parenti, Enrico Vanzina, Giovanni Veronesi. Coordinano l’incontro Francesco Bruni, presidente 100autori e Franco Montini, presidente Sncci.

Pubblichiamo in anteprima la comunicazione del nostro collaboratore Michele Anselmi. 

Non si dovrebbe mai scrivere nelle recensioni, lo ricordo ai colleghi facendo per primo mea culpa, che «Questo non fa ridere». Guardando un film, ciascuno di noi si diverte come vuole e per le ragioni più diverse. Il pubblico fa il resto. Piaccia o no. Quindi non esiste una sorta di oggettività in materia di spasso comico, crasso o arguto che sia. Personalmente trovo “Lo spaccacuori” dei fratelli Farrelly, con Ben Stiller, un film esilarante, mi sganascio solo a ripensare a certe gag, anche quelle più corrive e considerate scurrili.
Walter Veltroni, che fu mio direttore a “l’Unità” un secolo fa, diceva che più di ogni altra cosa al mondo detesta la volgarità, io più modestamente dico che la volgarità può essere anche molto divertente, se serve a mettere a fuoco un carattere, una situazione, un ambiente. Perfino se è fine a se stessa, ma ben rosolata e speziata.
D’altro canto, però, qui si parla di commedia, di commedia italiana e all’italiana, fate voi. E con tutto il rispetto che si deve ai registi che la praticano, spesso con enorme successo commerciale, lasciatemi dire: non è sempre un bello spettacolo.
Non è solo questione di farsi venire qualche idea frizzante. Succede nei momenti di crisi, quando gli spunti languono e si va sull’usato sicuro, non solo da noi, a dirla tutta. Anche Hollywood copia a man bassa dalla vecchia Europa e rifà in inglese per il mercato statunitense.
Non sorprende che gli americani abbiano già acquistato i diritti per rifare il francese “Quasi amici”. Ci aveva pensato anche Medusa, dopo il colpaccio di “Benvenuti al Sud”, ovvero la riscrittura in salsa partenopea di “Giù al nord”, ma “Quasi amici” è andato così bene da noi (quasi 15 milioni di euro al box-office), da sconsigliare la replica con attori nostrani. Meno male.
Vero è, però, che nell’attuale congiuntura negativa i produttori guardano volentieri al passato, anche recente, individuando vecchi film italiani o stranieri per “risuolarli” a dovere, partendo dalla trovata drammaturgicamente forte. Per dire: Alessio Maria Federici ha girato con Enrico Brignano e Ambra Angiolini il remake del travolgente film belga “Per sfortuna che ci sei”; Massimo Venier sta rifinendo “Aspirante vedovo” con Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto, ovviamente ispirato al “Vedovo” di Dino Risi. Anche “Il peggior Natale della mia vita” di Alessandro Genovesi ha continuato ad ispirarsi, come il precedente “La peggior settimana della mia vita”, a un format britannico della Bbc. Tutto si ricicla, si aggiorna, si reinventa.
La committenza, cioè chi mette i soldi e chiude i pacchetti, ha di sicuro molte responsabilità. Quanti di voi, cari registi, si saranno sentiti dire dai produttori: pensate ai ventenni, questo disturba i trentenni, mi raccomando niente classe operaia, solo certi mestieri (chef, pubblicitari, notai, architetti, avvocati, giornalisti…), poca politica e molte corna, occhio che la miseria non tira. Insomma un mondo di metaforici “immaturi”. O di “soliti idioti”. Almeno Pietro Valsecchi ha avuto il coraggio di chiudere con la serie dopo il risultato deludente del secondo capitolo. E magari saranno una boccata d’aria fresca i nuovi film di Francesco Patierno e Giovanni Veronesi.
Però… Non per gusto dei cataloghi tv alla Fazio & Saviano, in qualche occasione mi sono divertito a stendere una lista, assolutamente personale e quindi discutibile, di cose che mi piacerebbe non vedere più nel cinema italiano di commedia. Mi scuso se qualcuno s’è sentito offeso. Tuttavia: rubacchiare va bene, chi non lo fa anche nel nostro lavoro di cine-gazzettieri? Ripetersi anche, e tuttavia bisognerebbe provare, ogni tanto, a inventarsi qualcosa senza andare col pilota automatico.
Ecco alcuni esempi, tanto per rendere l’idea e farmi nuove simpatie.
1) Fabio De Luigi macchietta di se stesso, sia che reclamizzi un detersivo sia che reciti in un film. Forse si crede un mix di Peter Sellers e Mr. Bean. Invece sbaglia. Di solito quando si trova in una situazione imbarazzante, tipo una ex fidanzata che si nasconde nuda nel suo letto mentre lui sta per sposarsi, inorridisce, guarda in primo piano la cinepresa, piccola pausa e si mette a gridare «Ahhhhh!».
2) Un vecchio hit di Mina, Ricchi e Poveri o Carrà, ma anche Al Bano, Battiato, Peppino di Capri o Alan Sorrenti, che qualcuno inserisce nel lettore cd in cucina: e tutti si mettono a cantare a squarciagola mentre preparano gli spaghetti. Solo che “Il grande freddo” aveva un pensiero dietro.
3) Il balletto in camera da letto, di solito in coppia. Vedi “La kryptonite nella borsa” al suono di “These Boots Are Made For Walkin’” versione italiana di Dalida. In generale gli anni Settanta come li racconta il cinema: rombi, righe, maionese Kraft, macchine da cucire Singer, Fiat 850 verde pisello, pantaloni a zampa di elefante, minigonne, collanine e Clarks.
4) Vincenzo Salemme che non cambia mai: mosse, sospensioni, faccette. Poco importi se muta il personaggio: vigile urbano in “Baciato dalla fortuna”, europarlamentare in “Ex. Amici come prima”, maestro cioccolataio in “Lezioni di cioccolato 2”. Vale anche per Giuseppe Battiston, Pierfrancesco Favino o Alessandro Gassman, che pure sono attori versatili.
5) Riciclare per l’ennesima volta, in tutte le salse, l’immortale battuta che chiudeva “A qualcuno piace caldo”. Sì, «Nessuno è perfetto!». Ma bisogna essere Billy Wilder per non renderla un’ovvietà.
6) Il product placement che si mangia una buona porzione di film, anche se ti spiegano che il marchio è stato messo abilmente al servizio della storia: vedi la Perugina in “Lezioni di cioccolato”. Per la cronaca, all’epoca di “Il mio miglior nemico” il povero Carlo Verdone, per mostrare il film all’estero, dovette togliere 5 minuti di pubblicità Vodafone imposta da De Laurentiis.
7) I titoli dei film presi dalle canzoni e con la parola amore dentro. Serve elenco?
8 ) Tutti coloro, a partire da Fausto Brizzi e dai fratelli Vanzina, che firmano commedie corali sui temi dell’amore litigarello e citano immancabilmente “Love Actually” di Richard Curtis, immaginando di rifargli il verso.
9) Pensare che sia una gran trovata, e qui cito “Benvenuto Presidente!”, l’erba presa per origano che finisce sulla pizza al Quirinale o l’inappuntabile e gelida Kasia Smutniak che a letto rifila erotici sganassoni al suono di Janis Joplin.
10) Gli sfondoni e i giochi di parole. Anche in “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola il personaggio incarnato da Giovanna Ralli si produceva in ridicole cantonate verbali, scambiando “idrocarburi” per “carboidrati” e “schiumante” per “spumante”, solo che dietro si profilava la tragedia, quasi cechovianamente, avrebbe detto Furio Scarpelli. In “Passione sinistra”, invece, la finta oca interpretata da Eva Riccobono va avanti per dieci minuti confondendo “spregiudicato” con “pregiudicato”. Fa ridere?

Sono solo alcuni flash. Sia chiaro, non pretendo di dare lezioni, anche perché non ne sarei capace e qui dentro vedo fior di autori e professionisti della cine-risata. Tuttavia, riconfermata la stima nei confronti di Francesco Bruni, sia come regista sia come sceneggiatore, ricordo che proprio lui, sorridendo su uno di questi miei cataloghetti impertinenti, mi disse: dovresti aggiungere la scena dove, a un certo punto, di notte, tutti i personaggi, sulle note di una stessa canzone, si commuovono, riflettono o fanno qualcosa, pensando all’amore finito. Risposi: hai ragione, Francesco. Pochi giorni dopo uscì una commedia con Ficarra & Picone scritta da Bruni, “Anche se è amore non si vede”: c’era una scena così.

Michele Anselmi

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