Prime mondiali: la paranoia dei festival big

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

La formuletta magica è: prima mondiale. Non c’è direttore di festival, da qualche anno a questa parte, che non pretenda l’anteprima assoluta per i film in concorso, e non solo per quelli. Forse fu Marco Müller, quando pilotava la Mostra di Venezia, il primo a snocciolare con orgoglio il numero delle novità mondiali contenute nei suoi menù, definendo “scarti” i titoli presi in seguito da altre rassegne. Ma in buona misura vale per il direttori di Cannes, Berlino, Locarno, anche Toronto. Tutti impongono una sorta di esclusiva. Sarà perché la prima mondiale fa più figo, più cool, più evento.

Però, nel momento in cui festeggiamo la quinta volta di Paolo Sorrentino sulla Croisette, con “La grande bellezza”, unico titolo tricolore in gara, ci si domanda se abbia davvero un senso sottostare a questa sorta di liturgia. Un tempo non era così. Almeno nel proprio Paese d’origine, un film poteva tranquillamente uscire uno o due mesi prima e poi affacciarsi ai festival. Ora non più. “La grande bellezza”, affresco dicono straordinario per forza espressiva e allusiva, è costato 9 milioni di euro. Un investimento cospicuo. La coproduttrice Medusa avrebbe voluto mandarlo nei cinema il 24 aprile scorso, ma il direttore Thierry Frémaux è stato irremovibile. Così il film uscirà il 21 maggio, lo stesso giorno del passaggio a Cannes, in circa 350 copie. Naturalmente potrà usufruire del can-can mediatico, sarà più facile venderlo all’estero, ci si augura vinca un premio. Ma poi il pubblico vero, pagante, andrà a vederlo al cinema se il sole porta tutti al mare?

«Ai posteri l’ardua sentenza» filosofeggia con un pizzico di scaramanzia uno dei produttori, Nicola Giuliano. «Nessuno ha una ricetta sicura. Anche se il monte complessivo degli incassi è in diminuzione, siamo però convinti che il film, per la sua qualità, possa ottenere un ottimo risultato al box office in estate». Speriamo.

Di fatto a Sorrentino non è stata concessa la deroga. Nanni Moretti, invece, poté fare uscire “Habemus Papam” nell’aprile 2011 e Cannes lo pigliò senza batter ciglio, in gara, il mese dopo. Idem per “Il Caimano”: nelle sale italiane il 24 marzo 2006 e poi in concorso al Palais. Si dirà: Moretti è Moretti, fa storia a sé in Francia: ha vinto la Palma d’oro nel 2001 con “La stanza del figlio”, e anche allora il film uscì regolarmente prima in Italia, il 9 marzo; ha presieduto la giuria internazionale nel 2012.

Tuttavia questo diktat delle prime mondiali, con l’eccezione di “Miele” di Valeria Golino, uscito in Italia il 1° maggio e a Cannes nella sezione “Un certain regard” il 17, sta innescando qualche forte perplessità. Giampaolo Letta, giovane amministratore delegato di Medusa, misura le parole: «Sarebbe stato indelicato dire di no a Frémaux. Però se la regola c’è, dovrebbe valere per tutti». Detto questo, Letta precisa: «Cannes è un grande festival internazionale, offre un enorme riscontro mediatico. Capisco l’esigenza della primogenitura, come succede a Venezia del resto. Ma è anche vero che uscire a fine maggio, quattro settimane dopo rispetto alla data prevista da noi per “La grande bellezza”, in effetti può comportare un danno».

Un danno che di solito non penalizza gli americani. Sono loro a scegliere, non viceversa. Per dire: “Il grande Gatsby” di Baz Luhrmann inaugura Cannes il 15 maggio, fuori concorso e in pompa magna. Una prima mondiale? Macché. Il filmone con Leonardo DiCaprio nel frattempo sarà uscito in parecchi Paesi: Stati Uniti, Canada, India, Vietnam, Venezuela, Perù, Repubblica Domenicana.
In realtà qualcosa del genere è accaduto anche a Venezia. Il 1° settembre 1999 “Eyes Wide Shut” inaugurò la Mostra quasi due mesi dopo l’anteprima americana del 13 luglio. E sempre a Venezia, per venire ad anni più recenti, cioè il 2009, l’israeliano “Lebanon” di Samuel Maoz si aggiudicò il Leone d’oro pur essendo stato proiettato qualche settimana prima al festival di Gerusalemme.
Alberto Barbera, dal 2012 tornato a dirigere il festival al Lido, risponde con franchezza al “Secolo XIX”. «Purtroppo questa piccola paranoia è dovuta a due ragioni concomitanti». La prima? «Direi che la velocità dei mezzi di comunicazione rende obsoleti segretezza e confini geografici. Insomma non esiste più nulla di inedito. Basta che un film sia visto da una cinquantina di persone e, tra Twitter e Internet, si sa già tutto». La seconda? «La concorrenza è aumentata in modo esponenziale. C’è sempre stata, ma oggi anche Toronto, che pure ospita 350 titoli, rivendica la prima mondiale per il piccolo film birmano o filippino».
Insomma, la prima mondiale sarebbe diventata «una questione di principio». «Sì, nessun direttore di festival vuol fare la prima mossa e rinunciare a questa specie di ius primae noctis» ammette Barbera, «anche perché se concedi una deroga, poi te la chiedono tutti». E il danno commerciale rispetto all’uscita nazionale? Il direttore parla di «terreno minato»: la corsa all’anteprima assoluta avrebbe a che fare «con il progressivo impoverimento del ruolo dei festival nella strategia di promozione dei film».

In effetti, come sentenzia il critico Gianni Canova, ormai i festival servono a poco: «Non incrementano gli incassi, non attraggono nuovo pubblico, faticano a scoprire nuovi talenti, aumentano di poco la reputazione dei vincitori». E allora? Sostiene Piera Detassis, ex direttore del festival di Roma. «Il mio pensiero e semplice e primitivo: la messa cantata della prima mondiale ha un valore a Cannes, Venezia o Berlino, perché sono ancora dei brand forti. Ma gli altri festival dovrebbero rinunciarvi». La morale è presto detta: se si vuole aiutare il cinema di qualità, meglio mostrarli comunque i film, farli girare, e chi se ne importa se non sono novità assolute.

Michele Anselmi

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