Sorrentino sul Divo: Andreotti non voleva quel film

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Incandescente il cellulare di Paolo Sorrentino. Tutti lo cercano, perché parli di Andreotti, anzi del Divo Giulio, al quale dedicò nel 2008 un memorabile film con Toni Servillo premiato a Cannes. Lo stesso festival dove, il 21 maggio, porterà il suo nuovo film: “La grande bellezza”. Il regista napoletano non andrà in tv, a La7, dove stasera ripropongono il film. «Volevano che lo presentassi, ma francamente non mi va di mettere la mia faccia sulla morte di un uomo» confessa, pur riconoscendo che fu proprio grazie a Enrico Mentana se il 2 febbraio 2011 “Il Divo”, rifiutato da Rai e Mediaset, passò per la prima volta su una tv generalista, con buoni esiti di ascolto: 1.727.000 spettatori, pari al 6,26% di share.

Sorrentino e Andreotti. Come andò il vostro incontro?

«Ci siamo visti due volte, nel suo famoso studio, prima che io cominciassi a scrivere il copione. Ricordo bene il suo atteggiamento: quasi di scherno, continuava a dirmi che era un errore fare il film, che la sua vita “noiosa” non era degna di nota. Mi invitava teneramente a desistere. Fu proprio la sua ironica imperturbabilità, rispetto a un mondo di schegge impazzite, a farmi resistere».

Poi però s’arrabbiò quando vide il film.
«Sì. A caldo disse che era “cattivo, maligno, una mascalzonata, che cercava di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto”. Poi, sbollita la rabbia, molto andreottianamente ironizzò».

Già, sdrammatizzando: «Capisco che la storia va caricata. Il regista doveva girare così. La mia vita è talmente tranquilla che ne sarebbe venuto fuori un prodotto piatto e senza pepe».
«Esattamente. Del resto, nella sua vita Andreotti ha ricevuto attacchi ben più pesanti del mio, e non ha mai querelato. Era impermeabile alle accuse. Un uomo di grande forza».

Chissà se Andreotti ha mai saputo che “Il Divo” usufruì di un finanziamento ministeriale di 1 milione e 700 mila euro.
«Non credo gli importasse. Io volevo semplicemente raccontare un Andreotti ormai lontano dal protagonismo della scena politica, come deve far un film: operando una riflessione quando i giochi sono fermi. “Il Divo” non è una biografia, si concentra su tre anni cruciali, il periodo che va dal 1991 al 1993, a cavallo tra la formazione del settimo governo Andreotti e l’inizio del maxi-processo di Palermo».

Un segmento scelto non a caso…
«Dietro Andreotti si staglia una ramificazione di interessi sterminata che non poteva essere messa in un unico film. E poi volevo inserire dei tratti personali, di fantasia. Visto ciò che ha rappresentato per l’Italia la sua straordinaria confidenza col potere, speravo che il film andasse oltre l’aspetto biografico, per narrare certe dinamiche non solo politiche. La mia fu una curiosità un po’ morbosa, anzi persistente: infatti ho messo due anni a scriverlo».

In quel memorabile monologo in crescendo, Servillo a un certo punto scandisce: «Abbiamo un mandato, un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per aver il bene. Questo lo sa Dio. E lo so anch’io».
«Mi divertii, in quella sequenza quasi onirica e certo metaforica, a inventare una spiegazione dei fatti “secondo” Andreotti. Ma non c’era nulla di vero, anche se qualcuno pensò, a torto, che il senatore avesse detto quelle cose lì».

La sequenza in cui Andreotti e sua moglie siedono mano nella mano davanti al televisore mentre Renato Zero canta “I migliori anni della nostra vita” entra di diritto nella storia del cinema italiano.
«Ringrazio per il complimento. La scelta della canzone sta tutta dentro l’invenzione cinematografica. La difficoltà nel raccontare l’Andreotti privato mi ha portato a scegliere scene simbolo, e quella aveva una funzione: creare uno smottamento emotivo per dire uno stato d’animo sfaccettato dentro una famiglia borghese, tradizionalista, all’indomani della prima accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso».

Si è mai spiegato perché né la Rai né Mediaset hanno voluto trasmetterlo?
« L’ostracismo spesso è riconducibile a una pratica diffusa: certi censori sono più realisti del re. “Il Divo” dava fastidio? Me lo sono chiesto e non mi so dare una risposta, in linea con le tante domande che mi sono posto su Andreotti, sono dinamiche imperscrutabili. Di sicuro Andreotti era una figura di incredibile fascino, per il suo fondo misterioso, enigmatico e resistente. Un grande personaggio da film».

Certi aforismi andreottiani sono passati alla storia. Spiritosi, arguti. Come quando sospirò: «In fondo, sono postumo di me stesso».
«Pare che Andreotti abbia detto: “Sorrentino dovrebbe darmi dei soldi per la sceneggiatura”. C’è un fondo di verità, avevo saccheggiato le sue battute, che sono dialoghi belli e fatti per capacità di sintesi, aforistica e icastica».

È vero che fu merito del “Divo” se Sean Penn accettò di girare “This Must Be the Place”?
“ Gli piacque molto il racconto sul potere. Mi confessò che Andreotti gli ricordava Kissinger».

Michele Anselmi

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