Pablo Larraín | Trilogia cilena

Ascesa e caduta del Cile di Pinochet. Questo il cuore pulsante della filmografia bio-politica di Pablo Larraín, indiscussa punta di diamante del recente cinema sudamericano. No, in uscita nelle nostre sale cinematografiche, ambientato nel 1988, è il tassello che chiude quella trilogia cominciata con Tony Manero (2008) e proseguita, facendo un salto temporale all’indietro dal ‘79 al ‘73, con Post Mortem (2010).

Un cinema che indaga i nodi socio-politici di un Paese che non ha cancellato le cicatrici lasciate dalla lunga e feroce dittatura di Pinochet (tre lustri che videro la morte di tremila dissidenti politici, tremila scomparsi e oltre trentamila torturati). Il feeling che Larrain ha con la sua terra, e la città natale Santiago del Cile, è inscritto nel suo genoma, segnato nei cromosomi X da una madre ministro conservatore, Magdalena Matte, e in quelli Y da un padre, Hernán Larraín, ex presidente dell’Unione Democratica Indipendente. L’educazione e l’infanzia si fanno vita, quindi cinema ribelle, sguardo sulla realtà.

L’analisi comincia nel 2008 con lo splendido, disperato e lucido Tony Manero (vincitore del 26esimo Torino Film Festival), nel quale, in pieno regime Pinochet (siamo nel ‘79), un uomo vagheggia e desidera forsennatamente di ballare come il leggendario ballerino di Saturday Night Fever. Fuori soffia il vento del terrore, fatto di coprifuoco e colpi di mitraglia per mettere in riga (o al suolo) i dissenzienti. Tra fughe sui tetti e vetri rubati, smoking bianchissimi e capelli in piega, Raul (Alfredo Castro) incarna quella disperazione per la quale ballare e uccidere sono generati dallo stesso sentimento di rabbia, rivalsa e libertà. E’ colui che vuole sfuggire alla comunità e che, lanciando lo sguardo e il cuore oltre lo stretto, verso Brooklyn, verso un personale american dream, è sintomo di un popolo che vuole divincolarsi dal regime e “occidentalizzarsi”.

Con Post mortem,  Larrain fa invece un salto nel passato, nel ‘73, anzi più precisamente all’11 settembre di quell’anno, quando si consumò quel golpe che vide l’ascesa di Pinochet e la morte del presidente Salvador Allende. Con protagonista ancora una volta Alfredo Castro, va sul grande schermo il Cile all’inizio della sua notte più lunga e buia, quella della dittatura. La macchina da presa sposa lo sguardo di Mario, alienato battitore a macchina dei referti d’autopsia all’obitorio. Tra floreali carte da parati, sdruciti interni evanescenti, atmosfere ed eminenze grigie, osserviamo un Cile (s)travolto e smarrito, proprio come noi spettatori in un flusso di eventi narrati con abbondanza di silenzi ed ellissi psicologiche.

Con No – I giorni dell’arcobaleno, il trittico si chiude su quella campagna pubblicitaria che nel 1988 portò il Cile al cambio di rotta. Nell’estate di quell’anno Pinochet annunciò un referendum per votare la sua riconferma, ma quest’apertura al popolo gli fu fatale. Pur mantenendo lo stile asciutto che ha caratterizzato i due film precedenti, in No si fa tutto più arioso e solare. In virtù dello sb(l)occo storico che condusse il Cile verso una nuova vita sociale e politica, c’è più luce, speranza, narratività. Per lo spettatore un po’ più di respiro, ma soprattutto una nuova full-immersion nella grande Storia del Cile e nel grande cinema di Pablo Larraín.

Tommaso Tronconi

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