La grande bellezza. Marcia e sublime: ecco Roma secondo Paolo Sorrentino

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Gli aggettivi per contrasto, a proposito della Roma scolpita da “La grande bellezza”, si trovano in quantità: seducente e disfatta, mistica e immorale, vitale e impotente, segreta e verbosa, florida e marcia, luminosa e catacombale, quieta e psichedelica, metafisica e scurrile, cattolica e pagana… Avverte infatti Paolo Sorrentino: «Dietro la perdita di senso, la caduta di valori e la degenerazione estetica dei comportamenti, è possibile ritrovare ancora la Bellezza. Immutabile, eterna, assoluta». Eppure Geppino Gambardella, detto Gep, il protagonista della storia corale, quasi un alter ego del regista, a un certo punto ammette: «Cercavo la grande bellezza, ma non l’ho trovata».
Ho visto il nuovo film di Sorrentino in una proiezione “carbonara” prima di Cannes: pochi fortunati in platea, tra i quali Alessandro Piperno e Michele Santoro. Chissà cos’avranno pensato. Specie il primo, gran esperto di Proust. L’autore della “Recherche” è più volte evocato nel film, perfino da un mediocre divetto televisivo che si vanta, nel rimorchiare una ragazza, «Proust è il mio scrittore preferito… anche Ammaniti».
Tuttavia “La grande bellezza”, pur parlando di un mondo opulento e terrazzato, non gioca al “chi è chi?”: sin dai titoli di testa, dove campeggia un brano di Céline da “Viaggio al termine della notte” (era proprio necessario?), confessa l’invenzione romanzesca, il trucco che ritocca la fotografia antropologica e ne altera i contorni.
Vedrete che qualcuno rimprovererà al napoletano Sorrentino, stabilitosi nella Capitale solo cinque anni fa, di non essere riuscito come il riminese Fellini a cogliere dall’interno, conoscendola bene, la natura profonda di Roma. Può darsi, ma poi importa davvero ai fini del risultato poetico?
«Il film vuole cogliere la condizione umana degli italiani ritratti nel loro avamposto espressivo più noto: Roma» ha spiegato il regista, senza negare lo sguardo rispettoso nei confronti di “La dolce vita”, del resto qua e là variamente citata. Non per niente, come il Marcello Rubini di Mastroianni anche il Gep Gambardella di Toni Servillo è un giornalista, sia pure di più alto rango culturale e più denso conto in banca. Proprietario di una casa con terrazza che dà sul Colosseo, il personaggio si presenta così: «Sono precipitato presto in quello che si potrebbe definire il vortice della mondanità. Ma non volevo essere solo un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire».
Adorato dalle donne, capelli sale e pepe lisciati all’indietro sotto il Panama, eleganti giacche gialle o color aragosta su pantaloni bianchi e scarpe rigorosamente bicolori, Gep è una sorta di Virgilio immerso in un mondo ridicolo non troppo peggiore di lui. Un giornalista sessantacinquenne, professionalmente affermato, ben introdotto nei salotti che contano, con una punta di cinismo ben temperato, l’occhio disincantato, una straordinaria intelligenza che distilla in battute al vetriolo tra un gin-tonic e l’altro. Un Raffaele “Dudù” La Capria più giovane e insofferente.
L’ex gagà abbandonò la carriera di letterato dopo un primo libro di successo, “L’apparato umano”, vincitore del Bancarella; ma adesso, turbato dalla morte della donna che amò da giovane e mai più rivide, vorrebbe ricominciare a scrivere un romanzo. Su chi e su cosa?

Nell’intreccio di episodi che compongono l’ampia tessitura del film (140 minuti circa), tra affondi grotteschi e tinte crepuscolari, colpisce lo sguardo non moralista, benché Sorrentino abbia parlato quasi moravianamente dell’atonia morale di questa Roma ritratta d’estate. Nel fulgore assolato dei marmi e dei giardini, nel luccichio notturno delle feste dionisiache, nell’albeggiante calma dei lungotevere e dei conventi.
In verità, «gli sparuti, inconsistenti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserevole» di cui parla Gep Gambardella sono una costante del vivere, anche laddove tutto non sia «sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore», come nel caso della Roma a un passo dal naufragio esistenziale nel quale si muovono i personaggi inventati da Sorrentino insieme allo sceneggiatore Umberto Contarello.
Eccone alcuni: l’aspirante drammaturgo Carlo Verdone costretto per amore a farsi chaperon di un’attricetta viziata, la spogliarellista non più giovane e ammirata Sabrina Ferilli, il cinico e querulo industriale dei giocattoli Carlo Buccirosso, i nobili spiantati Franco Graziosi e Sonia Gessner che vedono in tv “Il fu Mattia Pascal” e affittano se stessi esibendo il cognome illustre, la cocainomane disfatta e rifatta Serena Grandi (onore al coraggio), la facoltosa bionda milanese Isabella Ferrari che ama rivedersi fotografata in pose audaci, la scrittrice cinquantenne Galatea Ranzi ex amante del segretario del Partito convinta di grondare ancora vocazione civile, la performer Anita Kravos con falce e martello sui peli pubici tinti di rosso, il truce mercante d’arte Lillo Petrolo che sfrutta una ragazzina facendone una nuova Pollock, il porporato esorcista Roberto Herlitzka intento solo a svelare a tavola le sue ricette culinarie, lo zoppicante e discreto Giorgio Pasotti che custodisce le chiavi dei più bei palazzi quiriti, il chirurgo plastico Massimo Popolizio che fa corpose iniezioni di botox preferibilmente in nero a 700 euro a seduta, eccetera.
Mostruosi? Abbastanza, anche fisicamente, ma non tutti: su alcuni di essi si posa anzi lo sguardo gentile, quasi affettuoso, di Gep. Che non è misogino, semmai misantropo, uno che, dopo aver fatto svogliatamente l’amore con una tipa, scandisce per compiacerla: «È così triste essere bravi, si rischia di diventare abili».
Forse non tutti calibrati gli episodi trapunti nella sontuosa tessitura drammaturgica. Suona pleonastica, un po’ insistita, la sequenza del funerale, con tanto di “recita” teorizzata da Gep, inclusa la frase di rito da sospirare alle orecchie dei familiari: «Sappi che nei prossimi giorni, quando ci sarà il vuoto, potrai sempre contare su di me». Mentre è un peccato aver espunto di peso dal montaggio finale il personaggio del vecchio regista malato incarnato da Giulio Brogi (la scena si può trovare su You-Tube). Prossimo alla morte ma deciso a girare ancora un film, dopo 32 ritenuti inutili, nell’intervista a Gep sussurra: «Vorrei dire ai miei spettatori… abbiate rispetto della vostra curiosità, rispettatela, assecondatela».
Che è un po’ quanto rivendica “La grande bellezza”, passato in concorso a Cannes oggi e da domani nelle sale italiane. Poi, certo, la Roma by Sorrentino riflette l’universo strampalato della mondanità globale, omologata al gusto televisivo: un occhio agli scatti micidiali di Umberto Pizzi per il “Cafonal” di Dagospia, l’altro ai comportamenti di un’umanità chiacchierona e fatua, impermeabile alle scosse politiche, a tratti feroce e insensata, solo dedita a festeggiare facendo “trenini” che non portano da nessuna parte.
Finché non si appalesa la Santa centenaria, una specie di suor Teresa di Calcutta, le pupille ormai opache, sdentata, che si ciba solo di radici e dorme sul pavimento (dietro il make-up impressionante c’è l’attrice Giusi Merli). «La povertà non si racconta: si vive» ammonisce la religiosa, che parla ai fenicotteri e vediamo arrampicarsi sulla Scala Santa di San Giovanni in Laterano: una simbolica/straziante ascesa al cielo, un’immagine di arcana redenzione, forse un messaggio di caritatevole speranza o magari solo un altro mostro.
Fotografia di Luca Bigazzi, musiche di Lele Marchitelli, scenografie di Stefania Cella, una colonna sonora che alterna Górecki e Poulenc ai remix disco di Raffaella Carrà. Sorrentino è regista ambizioso, anche sentenzioso, per alcuni pretenzioso: ma il suo cinema ha il pregio unico di non arrendersi al già visto. Con quello di Marco Bellocchio, sia pure nella diversità dei temi, condivide la ricerca della Bellezza, ovunque essa si annidi.

Michele Anselmi

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