Solo Dio perdona. Questioni di famiglia

Membro di una potente famiglia criminale, Julian (Ryan Gosling) gestisce a Bangkok un club di muay thai (boxe thailandese) come copertura per il narcotraffico. Quando il fratello maggiore Billy (Tom Burke) uccide brutalmente una giovanissima prostituta, le autorità si rivolgono ad un ex-poliziotto, Chang (Vithaya Pansringarm), che opera basandosi su una sua idea di giustizia, e la punizione per Billy è la morte. Crystal (Kristin Scott Thomas), madre di Julian e Billy, capo dell’organizzazione, arriva dall’America per recuperare il corpo del figlio. La donna, addolorata e furiosa, ha un unico obiettivo: progettare e consumare una spietata vendetta contro chi si è macchiato del suo stesso sangue.

In concorso a Cannes 2013, Solo dio perdona – Only God Forgives è l’ultima, attesissima opera di Nicolas Winding Refn, autore ormai di culto (miglior regia sulla Croisette nel 2011 con Drive) che qui sposta la sua azione in oriente. Una linea di sangue e violenza corre dalla Corea del Sud a Hong Kong fino al Vietnam. Dalla trilogia della vendetta di Park Chan-wook a Vendicami di Johnnie To fino a I Come with the Rain di Tran Anh Hung. Ma anche nel Giappone di Takashi Miike. E solo per citare alcuni. Su questa linea si colloca, pur arrivando da una tradizione occidentale, Nicolas Winding Refn.

Sangue e corpi mozzati come unico codice di espressione e comunicazione. Una dimensione onirica e surreale, al rallentatore, che rimanda a David Lynch ma anche a Alejandro Jodorowsky al quale il film è dedicato, fantasie erotiche che sfiorano l’incesto. Un senso del divino e della religione cristiana impiantato a forza in un mondo alieno dove le uniche regole e leggi esistenti sono corruzione, droga, denaro e prostituzione. Una società oppressa e opprimente che sfoga brutalmente il suo male interno. E la figura di un giustiziere (notevole Vithaya Pansringarm calmo e imprevedibile), impassibile angelo della morte, un dio egli stesso, sorta di Charles Bronson thailandese in un continuum ideale con il criminale al quale il regista ha dedicato un bio-pic. Carnefice al quale lo stesso protagonista Julian si sottometterà condividendone la missione. Il volto, i muscoli scolpiti di forza trattenuta, le espressioni di Julian-Gosling parlano per lui, compresso nel ruolo di un personaggio muto, silente. Lingua e corpo che tagliano come una lama affilata quelli di Kristin Scott Thomas, una Lady Macbeth che muove le fila e i destini di chi la circonda.

Opera complessa quella di Nicolas Winding Refn, che ha diviso la critica. Penetra nei corpi squarciandoli, è intrisa di quel senso di colpa e peccato di cui l’oriente è privo, rimanda ai miti greci. Sicuramente non lascia indifferenti.

Francesca Bani

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