Morituris, una violenza che non ha il coraggio di sporcarsi

I film d’exploitation, li si ami o li si detesti, fanno parte del cinema e per quanto spesso non siano considerati altro che prodotti di genere deteriore vanno considerati come lo specchio dei tempi in cui sono prodotti, tempi che si consumano voracemente su loro stessi. E’ interessante vedere quindi come l’italiano Raffaele Picchio, alla sua opera prima con Morituris, decida di interpretare questo linguaggio. Il titolo, che ha fatto largamente discutere, è stato vittima di censura: la cosa inquietante non è tanto che la pellicola nostrana sia stata così ampiamente osteggiata, ma piuttosto che mentre continua a non trovare una sala dove poter essere trasmessa, i suoi possibili spettatori si lavano tranquillamente con il sangue dei protagonisti del remake di La Casa (e Picchio di sangue ce ne mette molto di meno).

Prima di analizzare il lavoro in questione non possono non venire in mente i grandi nomi del genere, soprattutto quello di Ruggero Deodato e del suo celeberrimo Cannibal Holocaust. C’erano tutte le fonti per compiere una buona operazione cinematografica e riportare alla luce un piccolo primato della nostra nazione, eppure sembra che il regista non sia voluto andare fino in fondo, assestandosi prudentemente su un prodotto che molto promette e poco lascia. A colpire negativamente non è tanto la regia, che comunque riesce a destreggiarsi discretamente bene sulla materia narrativa, ma alcune scelte legate allo sviluppo del plot. Anzitutto non si riesce bene a capire perché una strada tutto sommato credibile, alla Non violentate Jennifer, non potesse essere ultimata, per quanto fosse stata già battuta. E probabilmente non vale neppure la pena chiedersi se ci fosse davvero bisogno di inserire l’imbarazzante parentesi sui gladiatori romani che appaiono dalla nebbia in pieno stile ghost movie.

Fra l’altro, anche nella prima parte del film, decisamente la migliore, sembra esserci una specie di freno che impedisce di abbracciare fino in fondo la dimensione sporca, nuda e cruda del genere. Da questo punto di vista, i momenti più riusciti sono senza dubbio quelli in cui si vede il misterioso amico dei tre protagonisti, vero e proprio depravato dotato di un fascino macabro e malato. È sorprendente come, in questi passaggi, anche la qualità dell’inquadratura migliori sensibilmente e i colori diventino allucinati e psichedelici. Per il resto del tempo, quasi tutto viene censurato: cola un po’ di sangue ma il già poco perturbante stupro (quello di Meir Zarchi è certamente di un altro livello) viene completamente oscurato dal posizionamento della macchina da presa.

Sorprendentemente ben fatti appaiono invece l’incipit – che introduce tutta la vicenda utilizzando sapientemente un’immagine invecchiata e dalla consistenza materica che si percepisce soprattutto nei momenti di intervallo fra le immagini – e la conclusione, splendida sotto il profilo della composizione dell’inquadratura e dell’uso del montaggio per la marcatura dei dettagli. Un peccato che non si sia potuto fare di meglio, forse anche a causa di una recitazione non sempre impeccabile.

Giuseppe Previtali

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