Song of Silence: la lirica ouverture di uno sguardo rigoroso

Che il cinema asiatico – e più in generale quello non occidentale – abbia molto da insegnare sia per quanto riguarda i temi sia per il modo di metterli in scena, è ormai un dato abbastanza scontato. Per averne un’ulteriore conferma è sufficiente considerare l’opera prima del cinese Chen Zhuo, questo delicato Song of Silence, che come spesso accade in quella parte di mondo è una realtà di assenze, di silenzi e di mancanze.

L’afonia della storia è prima di tutto narrativa e si concretizza nella giovane protagonista Jing, sordomuta, che è suo malgrado spettatrice passiva di una vicenda cui, almeno inizialmente, non può prendere parte. È una figlia non amata che lascia che il mondo le scorra attorno. Soltanto quando esce in barca con il suo giovane zio riesce ad assumere spessore e protagonismo; non è un caso che siano proprio questi brani, collocati specularmente all’inizio e alla fine del film, ad essere anche i più eccentrici dal punto di vista della composizione dell’immagine: il punto di ripresa è scelto con cura per accentuare al massimo l’effetto estetico e per sottolineare la presenza di un divenire narrativo che si costruisce in assenza. L’incapacità di Jing di parlare diventa in questi casi la nostra incapacità di vedere.

In mezzo a questi due estremi lirici, colmi fino al midollo di una gentile eversività poetica, si sviluppa la storia della giovane ragazza, mandata a vivere con il padre e la sua ragazza, cantante. Nel mezzo il film perde un po’ di corpo, si ripiega su se stesso diventando nient’altro che un esercizio accademico senza troppa originalità. Con ciò non s’intende sminuire la perfetta impostazione della fotografia e la grande sicurezza con cui Chen Zhuo dirige il suo e il nostro sguardo sulla scena; da un punto di vista narrativo, però, la storia si fa lenta e a tratti quasi noiosa. È doveroso notare tutte queste particolarità proprio perché il regista cinese, esordiente, nel magmatico e colorato mondo di una cinematografia in continua evoluzione, propone un’opera intima ma che non ha ancora le caratteristiche per raggiungere gli accenni di disarmante e minimale lirismo che sembra promettere inizialmente.

Un’opera prima decisamente promettente, insomma, al di là dei piccoli aggiustamenti che si faranno col tempo. Varrebbe la pena di prendere in considerazione il fatto che un simile livello spesso non viene raggiunto dai registi nostrani neppure dopo moltissimi lavori; a loro discolpa si potrebbe dire che la sensibilità occidentale è diversa, più immediata, ma sarebbe un vano tentativo di inzuccherare una medicina che meriterebbe di essere presa in tutta la sua acredine.

Giuseppe Previtali

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