Il fondamentalista riluttante. Acuta riflessione sulle contraddizioni del post 11 settembre

Raccontare attraverso il grande schermo “storie di vita tra mondi diversi”, cercando di comprendere le sfumature psicologiche, culturali e storiche che hanno portato alla rottura sempre più marcata tra l’Occidente e il mondo islamico. Questo l’obbiettivo che la candidata all’Oscar Mira Nair ha inseguito nel dirigere Il fondamentalista riluttante (nelle sale dal 13 giugno), tratto dal fortunato romanzo omonimo di Moshin Hamid. La regista indiana è riuscita a trasformare l’elegante thriller dello scrittore, una sorta di monologo unilaterale tra il protagonista e il lettore, in un avvincente mix di dramma e spionaggio, conferendo al contesto sociale un ruolo decisivo.

Siamo nel 2010. A Lahore, nel Pakistan, il professore americano Ainse Reiner viene rapito da un gruppo di estremisti. Un suo collega, il pachistano Changez Khan (Riz Ahmed), viene intervistato in una sala da tè dall’inviato Bobby Lincoln (Liev Schreiber), deciso a chiarire il ruolo sospetto di Changez nel rapimento. Il dialogo tra i due porta alla luce il passato del giovane, emigrato negli Usa ancora diciottenne e laureatosi a Princeton, per poi essere reclutato come analista finanziario dalla Underwood Samson, colosso di Wall Street. Il carisma e la bravura di Changez vengono riconosciuti dal suo mentore e capo Jim Cross (Kiefer Sutherland), e il sogno americano sembra essere completo quando trova l’amore nella bella fotografa Erica (un’inedita Kate Hudson in versione castana). Ma gli eventi dell’11 settembre capovolgono le aspettative e la vita di Changez, schiacciato dal nuovo patriottismo americano che assume sempre più la forma di una spietata e irrazionale xenofobia. Trattato con sospetto dai suoi stessi colleghi, tornerà nella terra d’origine per diventare il nuovo leader degli studenti universitari pachistani.

Il film si muove su due cornici temporali diverse, alternando lunghe sequenze in flashback alla tensione del presente, alimentata dal reciproco sospetto con cui si osservano i due uomini. Il loro dialogo porta a galla il primo leitmotiv della storia: i facili pregiudizi che escludono la possibilità di un incontro tra culture e mondi diversi. E poi il tema più scottante, quello che farà storcere il naso a critica e pubblico – ossia l’idea per cui il “fondamentalismo” vagheggiato nel titolo è un concetto in fondo applicabile tanto all’estremismo islamico quanto al dio-denaro che sorregge l’alta finanza newyorkese, arrogante e spietata nella facilità con cui elimina migliaia di posti di lavoro riducendo le persone a semplici numeri. La presa di coscienza di questa sostanziale identità porterà Changez a mettere in discussione entrambi i sistemi, attraverso un percorso di crescita/rinascita individuale mirato alla ricerca di una strada alternativa.

Con Il fondamentalista riluttante la Nair mostra luci ed ombre di due realtà agli antipodi, sottolineandone gli aspetti più affascinanti ma anche quelli più temibili e inquietanti, senza mai cadere in una presa di posizione ideologica. Una sfida non facile per la regista indiana, che nondimeno è riuscita a riprodurre la giusta dose di suspense custodita nel romanzo. E in effetti, sino alla fine del film, la figura di Changez rimane ambigua; non si capisce mai se il giovane pakistano, un tempo amante della cultura americana, abbia abbracciato – pur con “riluttanza” – la strada della violenza.

Accompagnato da un’ottima colonna sonora, in cui le musiche originali di Michael Andrews si alternano a canzoni tradizionali e ad una miscela di pop/funk/rap pakistano d’avanguardia, la pellicola può contare sulla magistrale interpretazione di Riz Ahmed, bravissimo nel rendere la frustrazione dello straniero rapidamente escluso da quella upper-class che lo aveva in principio accolto a braccia aperte. Buona anche la prova della Hudson, pienamente a suo agio nel ruolo dell’artista bohémien fragile e complicata, e decisamente all’altezza Kiefer Sutherland, un perfetto squalo della finanza. Pur con le (poche) inevitabili semplificazioni che derivano dall’adattamento cinematografico di un tema così difficile, il film della Nair convince e, a più di 10 anni dall’episodio delle Twin Towers, mantiene intatto e attuale il messaggio di riflessione racchiuso nella sua storia.

Ilaria Tabet

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