Fedele alla linea. Il silenzio intimo di Giovanni Lindo Ferretti

Non ho mai avuto tanta difficoltà come ora… Recensire Fedele alla Linea, senza cadere nel tecnicismo cinematografico (perché il documentario è altro, è molto di più), senza esser banale e ridondante davanti a un personaggio che non si limita a esser un cantante. Un imbarazzo che mi scuote perché la visione dell’opera di Germano Maccioni immerge in più mondi che scivolano tuttavia nella vita di un uomo, di un artista che ha lasciato un forte segno nella storia della musica italiana a partire dagli anni Ottanta prima con il punk-rock dei Cccp Fedeli alla linea, poi con i CSI, sino all’ultima formazione dei Pgr – Per Grazia Ricevuta.  Chi li segue da sempre non ha bisogno di presentazioni, i Cccp, nati nella Berlino degli anni del Muro dall’incontro di Giovanni Lindo Ferretti con Massimo Zamboni, sono stati una rivoluzione, l’espressione di un periodo di malessere generazionale, in un contesto italiano in cui l’anticonformismo nell’arte e nella musica manifestava e stimolava quella febbre di cambiamento.

Il documentario non è sulla vita artistica di una band, piuttosto è il racconto personale di pensieri e testimonianze di un uomo che, grazie alla musica, ha raccontato parte del mondo, con il suo stile poetico e liturgico, parlato più che cantato. Maccioni riesce perfettamente con grande grazia ad alternare i racconti di Ferretti con i video di concerti, le sonorità dei brani, i materiali d’archivio delle varie performance live, le foto di famiglia, le sequenze del viaggio in Mongolia, ed estratti del film di Luca Gasparini Tempi Moderni.

I ricordi dell’infanzia, il legame con gli animali e i cavalli, l’educazione cattolica, il bisogno di allontanarsene e di contestarne i valori, il viaggio, la confusione esistenziale, l’incontro con la morte, la pratica della Transumanza, la memoria delle storie epiche delle montagne, il ritorno alla casa natia, rivalutando la propria fede e ogni convinzione politica della gioventù comunista della sua  Reggio Emilia. In età matura emerge un rapporto con la politica vista in una dimensione sociale e non fideistica, una necessità del vivere e non una religione di vita e ciò, forse, placa quelle polemiche sollevate sull’incoerenza politica manifestata ultimamente dalle idee di Ferretti. In fondo, il cambiamento è parte della sua personalità, non si può delimitare e circoscrivere, perché è un processo di comprensione totalizzante della vita nel suo insieme.

Un sodalizio incessante tra vita, arte e morte: “la malattia la parte più vitale della mia vita”. La religiosità delle Parole, la bellezza poetica della vita, dissacrata, temuta, misteriosa nella sua imprevedibilità, salvata da silenzi intimisti, da legami con le tradizioni e la cultura famigliare. Un intreccio tra personalità complessa e natura armoniosa, un eterno andare controcorrente e contro se stesso.

Se tu pensi di fare di me un idolo
Lo brucerò,
Trasformami in megafono m’incepperò,
cosa fare non fare non lo so,
quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va…

(A tratti, Ko de mondo, 1994)

Fedele alla linea, dunque, anche quando sembra non esserci! Un uomo e un cavallo, un cantore con una potenza animale indomabile. Per il resto, lasciamo che il silenzio della visione crei il fascino dell’ascolto.

Patrizia Miglietta 

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