La dattilografa sprint: ma solo la Francia può fare un film così

L’angolo di Michele Anselmi | Per il Secolo XIX

D’accordo, la Francia è la Francia. Lì il cinema è anche un affare di Stato, in senso buono. Esistono strutture e finanziamenti adeguati, i Césars sono premi veri che contano, a differenza dei David di Donatello o dei Nastri d’argento; soprattutto si vendono ancora tranquillamente oltre 200 milioni di biglietti all’anno, per la precisione 204 nel 2012 e 211 nel 2011, contro i 100 scarsi italiani, con una popolazione di poco maggiore. I francesi saranno sciovinisti, pomposi, a volte un po’ arroganti, le star percepiscono cachet da sballo che mandano fuori controllo i conti, e tuttavia il loro cinema ama rischiare, contempla la diversità, non teme l’eccentricità. Alla fine vince anche all’estero, se è vero che con soli tre film, “Taken – La vendetta”, “Quasi amici” e “The Artist”, lo scorso anno hanno venduto fuori dei confini nazionali qualcosa come 140 milioni di biglietti.

Giovedì 30 maggio è uscito in Italia “Tutti pazzi per Rose”, di Régis Roinsard, un quarantenne al suo debutto nel lungometraggio. Uomo fortunato, visto che l’opera prima in questione è costata 15 milioni di euro, praticamente come “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore. Un’esagerazione? Secondo i parametri italiani, sì. Ma tenete conto che la commedia è ambientata sul finire degli anni Cinquanta, con un’ossessione maniacale agli ambienti, ai costumi, agli oggetti, alle riviste, tra gran via vai di auto d’epoca sotto la Tour Eiffel e scene di massa in un teatro americano. Per raccontare una storia divertente e appassionante, quantunque bizzarra, che nessun produttore italiano – si accettano scommesse – avrebbe mai accettato di finanziare: un campionato di velocità dattilografica.
Erano gare molto in voga all’epoca, non solo in Francia: il “Cha-cha-cha della segretaria”, che echeggia spiritosamente nel film, cambiava ritmo per trasformarsi nel rock’n’roll “Be-Bop-A-Lula” quando c’era da pestare freneticamente i tasti delle macchine per scrivere, se possibile superando il record statunitense delle 512 battute al minuto.
Certo, c’è di mezzo l’amore, in una deliziosa chiave sportivo-romanzesca, un po’ alla “Rocky”, che bordeggia la favola sentimentale evocando allo stesso tempo una sorta di femminismo ante-litteram; e il gioco cinefilo-nostalgico è attivato bene, con le citazioni esteticamente giuste, da “Sabrina” a “Un amore splendido”, passando per “Come sposare un milionario” e il francese “Peccatori in blue-jeans”.

Tuttavia non ci sono dubbi: se uno sconosciuto cineasta quarantenne avesse presentato il copione di “Tutti pazzi per Rose” a produttori italiani di successo, l’avrebbero preso per matto. Non vale solo per la Francia: checché se ne dica col senno di poi, “Full Monty” di Peter Cattaneo, diventato un successo planetario, da noi non sarebbe stato preso neanche in considerazione, infatti il produttore italiano Uberto Pasolini vive e lavora nel Regno Unito.
Del resto, il cinema francese, come quello britannico o americano, non teme affatto il “costume”, il salto negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Basterebbe pensare a titoli come “Le donne del 6° piano” di Philippe Le Guay, “Potiche – La bella statuina” di François Ozon, “Qualcosa nell’aria” di Olivier Assayas, per alcuni versi anche “La cuoca del presidente” di Christian Vincent. Nel Bel Paese, invece, a parte film politici come “La prima linea” o “Romanzo di una strage”, di solito si preferisce evitare, anche per contenere i costi, oltre che per inveterato scetticismo nei confronti del pubblico. E quando si fanno delle eccezioni, vedi l’ambizioso “La kryptonite nella borsa” di Ivan Cotroneo o il grottesco “È stato il figlio” di Daniele Ciprì, il risultato è quello che è: abbastanza deludente.
Il francese Alain Attal, invece, “Tutti pazzi per Rose” (in originale “Populaire, dal nome di un diffuso modello di macchine per scrivere costruito in Francia dalla Japy), l’ha prodotto eccome: con ampiezza di mezzi, senza badare a spese, coinvolgendo attori come Romain Duris, Déborah François, Bérénice Bejo, gli stagionati Miou-Miou e Eddy Mitchell. Gli incassi l’hanno ripagato. Ci si augura che anche il pubblico italiano, dopo la festosa anteprima allo scorso Festival di Roma, risponda all’appello. “Tutti pazzi per Rose” è uno di quei film dai quali si esce felici di aver pagato i biglietto: perché apre uno squarcio curioso su uno “sport” sconosciuto ai più, e allo stesso tempo investiga in chiave universale sulle strettoie dell’amore e i dilemmi dell’esistenza.

Tutto si svolge tra il 1958 e il 1959, quando, invece di accettare un matrimonio di convenienza che la renderebbe casalinga docile e devota, la ventunenne Rose Pamphyle lascia il paesello in Normandia per fare la segretaria a Lisieux, presso l’ufficio di un ricco e carismatico assicuratore, tal Louis Echard. Come segretaria la fanciulla si rivela un disastro, ma batte a macchina a velocità supersonica: e il dettaglio non sfugge al suo boss, che, dopo un tosto training, decide di iscriverla ai campionati di velocità dattilografica. Il resto potete immaginarlo.
Se Romain Duris è un volto noto in patria, la belga ventiseienne Déborah François si conferma, dopo film drammatici come “L’enfant” e “Student Services”, attrice versatile, di carattere, perfetta nei vestititi color pastello e coi capelli biondi raccolti a chignon: quasi un mix di Audrey Hepburn, Grace Kelly e Kim Novak, con una punta in più di ribellione anticonformista che non guasta.

Michele Anselmi

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