World War Z. L’alba di un nuovo zombi?

Giugno sarà un mese carico di uscite interessanti da un punto di vista commerciale, a partire dall’atteso Into Darkness di J.J. Abrams e passando per il monumentale Man of Steel di Snyder. Ma tra i vari kolossal del momento possiamo trovare anche l’ennesimo tentativo proposto da Hollywood di rilanciare la figura di una tra le creature più affascinanti che popolano la scena horror da decenni: lo zombie.

Con il suo World War Z – action movie tratto dall’omonimo romanzo di successo scritto da Max Brooks, figlio di Mel – Marc Forster non è certo il primo a tentare di estrapolare questa figura dal suo pluridecennale contesto per infilarla a forza nell’ambito del film d’azione. Tralasciando le difficoltà produttive della pellicola, l’operazione in sé non è affatto semplice: basta pensare a quanto il concetto di zombie e quello di infetto si siano evoluti nel corso degli anni. Si va dalla creatura legata all’ambito dell’esoterismo vudù nei film degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, in cui lo zombie non era altro che un essere umano dalla mente soggiogata (con pellicole del calibro di L’isola degli zombie e Ho camminato con uno zombie) alla concezione della materia come viene pensata anche oggi, a partire dal leggendario La notte dei morti viventi (1968), monumentale capolavoro di George A. Romero. Ed è proprio da quest’ultimo film che le cose sono cambiate: in quarantacinque anni abbiamo visto zombie lenti, che sbucavano dal terreno, che venivano creati da virus, da gas radioattivi sprigionati dai rottami di sonde spaziali e, in alcuni casi, anche zombie velocisti.

Nonostante siano passati decenni, al giorno d’oggi è accettabile vedere sullo schermo una figura zombesca evoluta e talvolta lontana da quei canoni primigeni cui siamo sempre stati abituati? Negli ultimi anni si è privilegiata l’adrenalina piuttosto che quella sensazione di paura e inquietudine aleggiante negli zombie movie veri e propri, il che non è sempre un male, se si pensa a titoli come Benvenuti a Zombieland, ottimo survival con spunti comedy esilaranti. Da qui anche titoli come Io sono leggenda, trasposizione in chiave moderna del romanzo di Matheson (che aveva generato l’ottimo L’ultimo uomo della terra di Ubaldo Ragona, molti anni prima), in cui i vampiri sono sostituiti da esseri aggressivi che per certi versi cercano di ricordare gli zombie, avvicinandoli ad una concezione più moderna e per questo legata ad una certa frenesia.

Fondamentalmente i canoni contemporanei, figli di una società in continua espansione e movimento (oltre che di una caduta di valori che ha eliminato la critica sociopolitica dagli zombie movie), tendono a rifiutare lo zombie lento e incapace di ragionare, ma ne riscrivono il comportamento: basti pensare al remake di Zack Snyder del 2004 di L’alba dei morti viventi in cui le creature da incubo che assalgono i protagonisti sono veloci, instancabili e spaventosamente aggressive. Ed è proprio il film di Snyder a costituire il giro di boa del filone, che da lì sarebbe totalmente cambiato.

Tuttavia, un ritorno alla concezione più romeriana è stato molto benvoluto dai fan della serie televisiva The Walking Dead, dove il topos narrativo del virus che risveglia le cellule nei cadaveri, comune oggigiorno nelle produzioni horror, viene unito ad un’interpretazione dell’infetto molto più stereotipata. Un tocco vintage che sicuramente non stona, dopo i numerosi cambiamenti degli ultimi anni. Tutt’altra tipologia, più datata e tipica dei b-movie, è stata riproposta sei anni fa da Robert Rodriguez con il suo citazionista Planet Terror, in cui più che di zombie possiamo parlare di contagiati devastati nel fisico (oltre che nella mente), dotati di un impulso aggressivo che però non debilita le normali funzioni motorie, esattamente come fu per le creature con cui Lenzi infarcì il suo Incubo sulla città contaminata.

Verrebbe da chiedersi il perché di questo discorso: semplice, tra tutti i film in uscita in questo giugno il più discusso è proprio World War Z, che a quanto pare promette di sconvolgere totalmente i principi di base secondo cui lo zombie – come pensato da Brooks – non dovrebbe né potrebbe correre. Il fatto di utilizzare una creatura cinematografica nata con connotazioni volte a spaventare lo spettatore (per la sua natura spietata e inarrestabile) in un contesto più adrenalinico che terrorizzante rischia di snaturare la materia originale che dà sostanza al film. Ma se effettivamente i fanatici dei morti viventi dovranno preoccuparsi lo sapremo solo tra qualche giorno.

Victor Laszlo

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