Il caso Kerenes: questa Romania sembra l’Italia

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

In effetti è così. «La Romania non è solo 900 criminali in carcere nel vostro Paese, è anche la patria dell’insulina, e del pap-test, la patria di Constantin Brancusi e Mircea Eliade» ha ricordato Bobby Paunescu, il regista di “Francesca” che tanto fece arrabbiare Alessandra Mussolini, alla critica e giornalista Cristiana Paternò del mensile “8 ½”. Si parla, da qualche tempo, di “Nuovo Cinema Romania”: una sorta di new wave che viene da Bucarest, fatta da cineasti di valore come Cristian Mungiu, Cristi Puiu, Cristian Nemescu, Tudor Voican, Radu Muntean, Catalin Mitulescu e altri. Nomi che, a parte il primo, il cui “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni” vinse la Palma d’oro a Cannes nel 2007, dicono poco o niente in Italia, anche perché, a differenza di quanto accade in Francia, il nostro pubblico è meno curioso e più diffidente, forse pure per motivi, diciamo, extracinematografici, legati a pregiudizi non sempre infondati.
D’altro canto, molti di questi film sono tosti, severi, dolenti, come il più recente di Mungiu, intitolato “Oltre le colline”, sempre premiato a Cannes, storia vera e agghiacciante di un esorcismo in un convento della remota Moldavia: in tutto 174 mila euro nelle nostre sale. Pochino.
Chissà che non vada meglio a “Il caso Kerenes”, acquistato per l’Italia da Teodora Film dopo aver vinto l’Orso d’oro a Berlino 2013. L’ha diretto il regista trentottenne Călin Peter Netzer, pure sceneggiatore e produttore, cresciuto in Germania e tornato in patria dopo il crollo del regime comunista. Un notevole successo commerciale in Romania, benché il tema non sia di quelli che invitino al sorriso, al divertimento.
Probabilmente è lo sguardo del giovane Netzer sulla nuova alta borghesia romena, così ricca e arrogante, senza scrupoli, tutta Suv giganteschi, telefoni costosi, pellicce vistose e feste coi politici, ad aver colpito; anche se il cuore segreto della storia sta altrove: nel complicato rapporto tra una madre-padrona e un figlio irrisolto, oggetto di un affetto ossessivo da parte della genitrice.
Il titolo italiano custodisce un risvolto poliziesco che pure esiste. Nel senso che a innescare il dramma, anzi la tragedia, è un incidente d’auto. Un bambino, figlio di una povera famiglia proletaria, è stato investito e ucciso, durante un sorpasso azzardato, dal giovane e viziato Barbu. Sua madre, la facoltosa e sbrigativa Cornelia, si mobilita subito per salvarlo dalla prigione e dallo scandalo. Lei, separata dal marito, sa muovere le pedine giuste, con l’aiuto di un’amica medico ben introdotta nel mondo che conta. In fondo tutti appaiono corruttibili, anche il poliziotto che a prima vista non vede con simpatia quei ricconi protervi della capitale, salvo poi chiedere un aiutino in merito a una licenza edilizia.
Di Cornelia sappiamo già molto. Il dialogo iniziale con l’amica Olga, stessa classe di privilegiati, ha messo a fuoco la psicologia della donna sessantenne: lei non sopporta che il figlio Barbu stia con una giovane donna del popolo, Carmen, già madre di una bambina; vorrebbe un futuro diverso per quel figlio prediletto, chiuso in se stesso, vittima di manie salutiste, in fondo un cocco di mamma irrisolto e rabbioso.

L’incidente, con tutto ciò che consegue sul piano delle procedure legali, è l’occasione perfetta per “riprendersi” Barbu. Cornelia prima contatta un testimone avido affinché, dietro congruo pagamento di migliaia di euro, dichiari il falso sulla velocità dell’auto durante il micidiale sorpasso; poi affronta a brutto muso Carmen, «la troia», che sarebbe alla radici del malessere esistenziale del figlio; infine, su consiglio delle autorità, accetta di pagare i funerali del bambino e di incontrare i genitori distrutti di quella vittima innocente.
Ansiogeno e impietoso, il film è il ritratto di una società classista nella quale il divario tra nuovi ricchi e vecchi poveri si è fatto ancora più marcato per via del consumismo sfrenato; due mondi che non comunicano, un po’ come nell’Italia odierna, anche se l’occhio di Netzer è mirabile nel descrivere, in una chiave di crescendo drammaturgico dai toni finto documentaristici, gli status-symbol del potere, cioè arredi, case, automobili, abiti, sigarette. Per Cornelia il bambino ucciso dal figlio non esiste quasi, è un pensiero remoto, una scocciatura; lei è determinata solo a proteggere Barbu dalla possibile condanna, giacché in Romania si finisce in carcere per reati legati alla guida pericolosa (non è l’Italia).
Ma via via qualcosa si rompe nella grinta della tirannica madre-tigre: affiora in lei un senso di smarrimento, anche di pietà, Carmen le confessa dettagli impensabili sulla vita sessuale del figlio, la fragilità di Barbu appare sotto un’altra prospettiva. Alla fine anche la penosa e strumentale visita di condoglianze ai genitori del bambino morto si trasformerà, forse, in una testimonianza di verità.
«Perdono, accettazione, comprensione» sono le parole evocate dalla produttrice Ada Solomon, e c’è del vero. Dall’iniziale esercizio di un cinismo assoluto nei confronti dell’emergenza, Cornelia sembra pervenire a una diversa consapevolezza della sofferenza umana: sembra…
Sta qui la qualità di un film severo, fitto di dialoghi cruciali, anche imbarazzanti, nell’assenza totale di musica (meno male), se si fa eccezione per alcuni canzoni italiane usate in forma diegetica, come “Meravigliosa creatura” di Gianna Nannini.
Da vedere se possibile nella versione in lingua originale con sottotitoli, “Il caso Kerenes” dura ben 112 minuti, ma non si guarda mai l’orologio. Merito degli interpreti prodigiosi e ben scelti, che quasi sembrano non recitare: Cornelia è Luminiţa Gheroghiu, Barbu è Bogdan Dumitrache, Carmen è Ilinca Goia. Però è lo sguardo morale del regista, al di là di qualche esibito esercizio di stile, a rendere il film potente e allusivo, a suo modo universale nel racconto di un’ingiustizia sociale che incrina le dinamiche familiari.

Michele Anselmi

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