Un “Cha cha cha” al nero per Marco Risi. L’estate l’aiuterà?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Si può capirlo, Marco Risi, quando “cinguetta” su twitter a proposito dell’uscita estiva di “Cha Cha Cha”, il prossimo 20 giugno dopo l’anteprima al festival di Taormina. «Dicono che quest’anno sarà diverso… Mi devo preoccupare? Uscirà il sole, arriverà l’estate? La gente andrà ancora al cinema?». Vai a saperlo. L’aria che tira non è buona per il cinema italiano, con l’eccezione di “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, che ha superato i 5 milioni di euro al box-office e viaggia verso i 6. D’altro canto, come ha puntigliosamente resocontato il collega Pedro Armocida sul “Giornale”, vorrà pur dire qualcosa questo semplice numero: su 53 film che escono tra il 20 giugno e il 29 agosto solamente 6 sono italiani, e tra essi l’unico titolo forte, con una distribuzione di peso, cioè 01-Raicinema, è proprio l’atteso ritorno sul grande schermo di Risi, a quattro anni da “Fortapàsc”. Di sicuro il regista, deciso a tornare sul set con un progetto low budget sul calcio da 100 mila euro intitolato “Tre tocchi”, si aspettava qualcosa di meglio, anche perché il film è rimasto in frigorifero molti mesi, forse troppi.

Anticipato da uno sbarazzino alone di scandalo, per via di una scena di nudo che coinvolge il protagonista Luca Argentero alle prese con due energumeni intenti a pestarlo mentre esce dalla doccia, “Cha Cha Cha” indossa un titolo sbarazzino, da leggere per antifrasi. Trattasi infatti di un poliziesco alquanto cupo e invernale, un “noir” all’italiana che però guarda a certi modelli d’oltreoceano, da “Il maratoneta” a “Il lungo addio”. Specie il secondo, non a caso esplicitamente citato. Spiega Risi: «Come Elliott Gould nel capolavoro di Altman, anche il mio private-eye vive solo, in compagnia di un animale amatissimo. Non più un gatto, ma un cane a tre zampe, che ha chiamato Ugo (come Tognazzi, amico di papà Dino e di famiglia? ndr). Mi piaceva l’idea di raccontare certi aspetti oscuri di questo Paese attraverso gli occhi di un investigatore privato alla Philip Marlowe». Perché proprio un detective? «Diciamo che, essendo io un vigliaccone, uso questo eroe per fargli fare cose che non avrei mai il coraggio di fare».
Il raddrizzatorti, ex poliziotto lesto di mano e di pistola, fisico scolpito e l’aria stazzonata da bel tenebroso un po’ alla Dylan Dog, sullo schermo si chiama Corso, e chissà che non sia un omaggio allo scomparso attore-regista Corso Salani. Gira in Saab decappottabile, porta una Beretta sotto l’ascella e capisce subito che qualcosa non torna nella morte all’uscita da una discoteca, apparentemente accidentale, di un sedicenne ricco e viziato, figlio di una ex attrice straniera incarnata da Eva Herzigova. Bionda, sensuale e rischiosa, vagamente hitchcockiana, Michelle ebbe una relazione con Corso anni prima, restando suo amico. Ora è sposa infelice di un facoltoso avvocato interpretato dal solito Pippo Delbono: un “facilitatore” dai ramificati interessi capace di decidere le sorti del Paese, che di cognome fa Argento, pratica una specie di bunga bunga e parla sibilando minacce.
Confessa il regista sessantaduenne: «In realtà volevo girare un film sulla trattativa Stato-mafia. Ho incontrato anche Ingroia e il figlio di Ciancimino. Poi, però, insieme ai miei sceneggiatori Andrea Purgatori e Jim Carrington, abbiamo cambiato idea».

Si dice sempre, in merito ai guai del cinema italiano, che bisognerebbe tornare a fare film di genere. Parolina magica, spesso svuotata di senso. «Lo so, ma “Cha Cha Cha” è esattamente un film di genere, un thriller dalle atmosfere noir, con l’eroe, la bionda e i cattivi. Penso sia il modo migliore per raccontare, senza tanti moralismi, una fetta di quest’Italia fatta di intrighi e intrallazzi».
In effetti, tra una dionisiaca festa in terrazza con vista sull’Altare della Patria e certi scorci notturni di una Roma per nulla piaciona e sonnolenta, il film, girato prima di “La grande bellezza”, non nasconde una connotazione fortemente politica, perfino troppo esibita. Sicché il clima “hard boiled” lascia spazio a battute di dialogo un po’ forzate, diciamo didascaliche, specie quando Corso deve misurarsi con l’ex collega Torre, cioè un legnoso Claudio Amendola, poliziotto che non la dice tutta e sa troppe cose. «Ma da che parte stai?» fa il detective. «Dalla parte dello Stato, sempre lo stesso» scandisce lo sbirro. E che dire dell’invettiva che Corso, restio a vendersi per denaro, spara al perfido Argento? «Lei non riuscirà a rovinare il futuro di questo Paese». Insomma, avete capito.
Del resto tutto il film, benissimo fotografato dallo scomparso Marco Onorato, lo stesso di “Gomorra”, si muove in bilico tra poliziesco al neon, ricolmo di inseguimenti in metropolitana, sparatorie notturne, ambientazioni suggestive (compare anche il Maxxi), e allusioni metaforiche sull’Italia corrotta e maneggiona, senza rinunciare a una sottolineatura malinconicamente romantica nel tratteggiare il rapporto sentimentale tra l’eroe e la bella. Ma il mix, purtroppo, riesce così così: sarà perché manca a tratti uno sguardo personale, il “genere” è costruito per citazioni e strizzatine d’occhio, magari Risi avrebbe dovuto dare uno sguardo alla serie britannica “Luther” prima di girare.

A chi gli chiede perché un titolo spiazzante come “Cha Cha Cha”, il regista risponde comunque: «Perché mi pare descrivere bene un Paese ballerino, che rischia ogni volta di salvarsi con una mossa di cha cha cha. Potrebbe suonare fuori moda, ma in Italia ci sono fatti, situazioni e balli intramontabili». Già, per dirla col commissario Torre, a sua volta fregato dagli eventi per via di una “pulce”: «Che cazzo di Paese!».

Michele Anselmi

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