Stoker. Park Chan-wook va in America, ma non perde il vizio (di stupire)

Park Chan-wook ha sempre diretto film molto particolari, ma questa volta si è superato, affidando la propria regia a un sincretismo inedito e riuscitissimo fra tecniche e stilemi del suo cinema e di quello americano. Stoker è un titolo profondamente occidentale sulla carta, che rivela però una attenzione per i dettagli e per la citazione che non appartiene a questo regno linguistico ma risulta piuttosto mutuata, appunto, dal cinema asiatico. Il pregio del film sta infatti tutto nell’ostinato rifuggire da un’orchestrazione prettamente narrativa e l’intelligenza del regista è proprio quella di creare delle aperture più libere in uno schema altrimenti troppo soffocante.

La trama di per sé piuttosto semplice e lineare viene infatti abilmente ma sottilmente disarticolata in alcuni punti nevralgici dove, anche attraverso un uso intelligente e non scontato del romanzo, l’illuminazione psicologica sui personaggi risulta fortemente aumentata. Questo dimostra molto efficacemente come la qualità tecnica ed estetica di un film non debba necessariamente andare a discapito dell’empatia narrativa, anzi. Un uso intelligente degli elementi della grammatica cinematografica consente di tradurre sensazioni, suggestioni e spinte emotive della narrazione a livello materico, come suggeriva già in tempi non sospetti Stan Brakhage.

Tutto converge, in Stoker, a creare un microcosmo percettivo che sia il più possibile ansiogeno e asfittico verso il disvelamento dei misteri dell’omonima famiglia. La gestione del ritmo narrativo è molto intelligente e l’articolazione della trama riesce a non risultare mai scontata, cosa a cui concorrono anche una buona sceneggiatura (straordinario che sia stata scritta da un’attore!) e una prova recitativa molto gradevole da parte di tutti gli interpreti. In particolare Nicole Kidman, sempre straordinaria, appare ancora una volta a sua agio nei panni di una donna fatale, dallo statuto eticamente doppio, che alla fine si rivela quasi inconsapevole e fragile vittima di macchinazioni altre.

Nel complesso siamo di fronte a un titolo decisamente valido all’interno del panorama ripetitivo delle sale di questi ultimi mesi (se si eccettuano alcuni titoli rubati a Cannes); un film da cui molti registi soprattutto americani avrebbero parecchio da imparare: un perfetto esempio di felice ibridazione linguistica fra un solido impianto narrativo e un largo novero di spazi di manovra aperti all’estetica visuale.

Giuseppe Previtali

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