“Breve incontro” a Levanto: Morandini si confessa

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “Cinemonitor”

Se non avesse visitato Levanto probabilmente alla regista Fabiana Sargentini non sarebbe mai venuto in mente di girarvi “Non lo so ancora”. Adagiato su una valle ricoperta da ulivi, viti e pini, a 80 chilometri da Genova, alla fine Levanto s’è rivelato il luogo ideale, lo scorso settembre, quando il sole non brucia più come d’estate e l’acqua del mare è ancora tiepida, per ambientarvi questa sorta di crepuscolare “Breve incontro”.
Bene ha fatto la 49ª Mostra del nuovo cinema di Pesaro, 24-30 giugno, a metterlo in concorso, insieme a un altro film italiano, di tutt’altra atmosfera, anche se il titolo sembrerebbe dire il contrario: “L’estate sta finendo” di Stefano Tummolini. “Non lo so ancora” passerà in piazza venerdì prossimo, alla presenza della regista e dei due protagonisti, il 78enne Giulio Brogi e la 42enne Donatella Finocchiaro. Se diciamo l’età dei due attori è perché conta, eccome, nella storia che la regista, con l’aiuto dello sceneggiatore Carlo Pizzati, ha scritto partendo da un’idea autobiografica di Morando Morandini. Sì il famoso critico di cinema milanese del “Giorno” oggi in pensione, classe 1924, che con Levanto intrattiene un rapporto speciale sin dai primi anni Cinquanta.
«Qui, nel 1951, mi sono sposato e ho vissuto, ci sono le case delle mie due figlie e nel cimitero le ceneri di mia moglie Laura. Gli interni del film sono stati girati nella casa in cui ho abitato con la mia famiglia. Ma forse le ragioni di questa scelta bisognerebbe chiederle a Fabiana…» ha confessato il saggista e studioso di cinema, che a Levanto ha portato anche un piccolo festival.
La regista, romana, esperta d’arte, autrice del documentario “Sono incinta”, non si tira indietro col “Secolo XIX”: «Sì, si tratta senz’altro di un omaggio a Morando. Ero già stata a Levanto prima di incontrarlo, mi pare fosse proprio settembre. Un mese particolare, un momento di incertezza, un momento sospeso tra due cose possibili. Senza tempo, senza orologi né ore, quasi irreale, un tempo che attende di sapere, il tempo senza tempo del non sapere cosa succederà di noi».
In effetti, nella prospettiva emotiva di “Non lo so ancora”, questa cittadina ligure di 5.500 abitanti, conosciuta per il castello Malaspina, la chiesa di Sant’Andrea, la passeggiata della Pietra, ma anche per il mare, così limpido e profondo, diventa un perfetto teatro di posa. Alla luce del sole, sotto la frusta di una pioggia insistente, illuminato dai bagliori della luna.
Lo spunto remoto è fornito da un vecchio film di Agnès Varda, “Cléo dalle 5 alle 7”. «Un bellissimo dramma intimista che indaga la trasformazione di una donna e della sua psicologia nell’attesa di un responso medico cruciale» spiega Sargentini. Ma nello scriverlo, pensando a Levanto in settembre, “Non lo so ancora” è diventato un’altra cosa: il racconto di una giornata speciale che per qualche ora rende più lieve e meno vuota l’esistenza dei due protagonisti.
Lui, Ettore, è un anziano vedovo che passa le sue giornate nuotando e giocando a carte in un bar di ex pescatori. Ha una figlia, una nipotina, soprattutto una tosse insistente che fa sospettare qualcosa di serio. Lei, Giulia, è una bella donna quarantenne, trasferitasi dalla Sicilia in paesino ligure non troppo lontano. È fidanzata con un coetaneo, ma si sente terribilmente sola: tra qualche ora saprà se è felicemente incinta o vittima di una menopausa precoce.
I due si incontrano all’uscita dall’ospedale dove si sono appena sottoposti a delle analisi. Anzi si scontrano, a causa di una piccola disattenzione di Ettore alla guida di una station-wagon troppo grande per lui. L’uomo, per scusarsi, si offre di accompagnare la sconosciuta alla stazione, ma c’è sciopero, non partono i treni; così, vinta qualche diffidenza, Giulia accetta la compagnia di quel signore galante che potrebbe essere suo padre. «Cosa fa nella vita?» chiede lui. «Mi arrangio» risponde lei. «Che brutta parola» replica un po’ morettianamente Ettore, al quale non pare vero di sottrarsi ai suoi piccoli riti quotidiani in compagnia della sconosciuta.
«Ho voluto che lo stile fosse intimo e curioso: addosso ai personaggi ma con il dovuto rispetto, amandoli, provando compassione con loro, non contro di loro, sentendo insieme delle emozioni» sostiene la regista. In effetti così è. Levanto, cittadina di mare con i monti alle spalle, diventa il set perfetto per lo srotolarsi di questa storia in bilico tra amore e amicizia girata in quattro settimane, con un budget di circa 400 mila euro e un piccolo aiuto della Liguria Film Commission e del Comune.
Il pregio maggiore di “Non lo so ancora” sta nel tono caldo ma non dolciastro. Alla domanda «Quanti anni ha?», Ettore risponde stoicamente: «Non li ho più, li ho finiti tutti»; e sembra quasi di sentir parlare il vero Morandini, che vediamo passare a un certo punto al supermercato, vestito come il personaggio che il film gli ha ritagliato addosso. Il bagno in mare, una disavventura con una ladra, il tramonto gustato al tramonto su uno scoglio a picco sul mare, le ironie degli amici di lui, un ballo serale alla festa in piazza dove qualcuno canta, maluccio, “Odio l’estate”. La mattina dopo il risultato delle analisi. E ci fermiamo qui, per non rovinare la sorpresa.

Michele Anselmi

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