Amore Carne. Delbono racconta “dal basso” il proprio universo

“Una sceneggiatura scritta forse più nello stomaco che sulla carta”. Questa l’affermazione che probabilmente meglio riesce a sintetizzare l’ultimo lavoro cinematografico del suo autore, Pippo Delbono, applaudito al Festival di Venezia 2011 e presentato ieri alla 49ma Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro: Amore Carne. Un’opera che vuole andare oltre le convenzioni e le regole non scritte del cinema classico, a partire dai mezzi tecnici di cui il regista-attore di Varazze si è valso per dare vita ai 75 minuti che compongono il film: un cellulare e una piccola camera full-HD. Strumenti che hanno permesso a Delbono di filmare il reale con il minor numero di filtri possibili, avvicinandosi in maniera inedita agli oggetti del suo sguardo, fondendosi e diventando un tutt’uno con il mondo circostante, guardandolo e al contempo essendone guardato.

Un lungo viaggio in soggettiva che, partendo da una stanza d’albergo, cammina tra le vie di Parigi, di Budapest, osserva incantato da una finestra un gruppo di anziani che ballano, si sofferma a guardare la madre alla fine di un pasto casereccio, immagine malinconica di un passato intriso di “amore e noia”. A volte Delbono filma in segreto, come nella sequenza dell’ospedale, dove si reca per effettuare il test di cui in realtà conosce la risposta “già da 22 anni”,  testimonianza di una carne malata, “ferita” per aver troppo amato. A volte riprende l’arte e la sua capacità di svelare la poesia e la bellezza nascosta nelle pieghe del reale, attraverso il gesto armonioso e leggero della danzatrice Marie-Agnes Gillot (étoile dell’Opera di Parigi), o la musica del violinista Alexander Balanescu, o ancora la voce limpida dell’attrice Sophie Calle. Incontrando personaggi famosi (Tilda Swinton e Marisa Berenson), oppure no (il vecchietto con cui chiacchiera al porto), intrecciando il racconto visivo con la propria voce fuori campo, che incalza la narrazione per poi perdersi all’interno di essa, diventando soggetto-oggetto delle riprese.

L’osservazione delle cose può a tratti sembrare casuale o poco controllata, ma poi ci si accorge che Delbono, nella sua giostra incessante di immagini, delle scelte le ha fatte: come per l’omaggio reso a Pina Bausch (scomparsa nel 2009), attraverso un suggestivo letto di fiori che riempie più di una volta l’inquadratura. Il tutto, accompagnato dai frammenti delle poesie di Pasolini, Rimbaud, T.S. Eliot, e dalle musiche pressanti di Michael Galasso e Alexander Balanescu (tra gli altri). Non si può certo negare il coraggio e l’originalità di pensiero che presuppone un’opera come Amore Carne, per la sua capacità/volontà di portarsi fuori dagli schemi, nonché per l’interessante fusione tra cinema, musica e danza che propone. Detto ciò, la voce off del regista risulta a tratti eccessiva, e a lungo andare l’eco dei pensieri che affollano il procedere delle immagini stanca, apparendo più come un dialogo con se stesso che un reale tentativo di comunicare con la natura e l’ascoltatore.

Pur nella bellezza di alcune immagini (l’omaggio alla Bausch, appunto, ma anche lo stormo di gabbiani che volano sul mare, o l’intensità degli sguardi catturata durante la conversazione con la Calle), l’occhio di Delbono non riesce mai a scomparire del tutto dietro al cellulare o alla camera, e il punto di vista adottato sottintende una sorta di presunzione “gnoseologica”. Quasi a indicare che il suo è l’unico sguardo “autentico” sulle cose, in mezzo alla generale cecità dell’individuo moderno. Tentativo di svelare aspetti inosservati del circostante, Amore Carne parte da alcune buone intuizioni, ma nella lentezza e – soprattutto – nella ridondanza del girato finisce col perdere l’opportunità di raggiungere i risultati che avrebbe potuto ottenere.

Ilaria Tabet

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