Violeta Parra, orgoglio cileno anti-yankee

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Suona quanto meno bizzarro il sottotitolo inglese scelto dalla Monkey Creative Studios per distribuire il bel film su Violeta Parra del cileno Andrés Wood. Recita: “Violeta Parra went to heaven”, cioè “andò in Paradiso”, dall’originale “se fue a los cielos”. Comunista tutta d’un pezzo e artista indocile, ribelle, simbolo della cultura popolare cilena, Violeta Parra morì suicida cinquantenne il 5 febbraio del 1967, cinque anni prima del golpe fascista del generale Pinochet che avrebbe ucciso, tra i tanti, anche il suo amico musicista Victor Jara.
Era talmente comunista e anticapitalista, l’india Violeta, da insorgere offesa se ai suoi compleanni qualcuno intonava “Happy Birthday”, anche in cileno, da lei ritenuta «un’orribile canzone yankee». Perciò quel “went to heaven” fa un po’ sorridere, benché il film, del 2011, abbia vinto un premio al Sundance festival di Robert Redford. Quanto allo strillo di lancio, che suggerisce «Prima di Bob Dylan nel sud del mondo c’era Violeta Parra, madre del folk latino-americano», lasciamo perdere.

Però il film, appena passato al festival di Pesaro quest’anno dedicato al cinema cileno, è bello, misterioso, spiazzante, una cine-biografia non convenzionale che agita fantasmi e memorie, ricostruendo l’irrequieto percorso umano dell’autrice di “Gracias a la vida”. Canzone toccante come poche, oggetto di infinite versioni in tutte le lingue (da segnalare per intensità quelle di Herbert Pagani e Gabriella Ferri in italiano), composta da Violeta l’anno prima di spararsi un colpo di pistola in testa sotto il tendone denominato “la carpa de la Reina”, la sua personale università del folklore.
Più bella, sensuale e alta della vera Violeta, l’attrice Francisca Gavilán, classe 1973, restituisce il mix di orgoglio e fragilità, di fierezza e instabilità dell’artista, nata poverissima, madre di quattro figli, sposatasi due volte prima di conoscere quello che definì l’amore della sua vita, il musicologo-musicista svizzero Gilbert Favré. Da gustare possibilmente nella versione originale sottotitolata, dove Gavilán parla e canta in spagnolo, e ogni tanto anche in francese, il film procede per episodi realmente accaduti e visioni mentali, intrecciando flashback, precisando via via la fisionomia umana e creativa di Violeta.

«Scrivi come ti piace scrivere, usa i ritmi che vengono fuori, prova strumenti diversi, siediti al piano, distruggi la metrica, urla invece di cantare, soffia nella chitarra e strimpella il corno, odia la matematica e ama i vortici, la creazione è un uccello senza piano di volo che non volerà mai in linea retta» teorizzava Violeta Parra. E certo lei, che fu cantante, ricercatrice, custode della tradizione orale, collezionista, pittrice, scultrice, tessitrice, percussionista, autrice di 3.000 canzoni, non si negò nulla, riuscendo perfino a esporre le sue opere al Louvre nei primi anni Sessanta. «Da Vinci finì al Louvre, Violeta cominciò da qui» sentiamo dire a un certo punto. Ma anche nell’illuminata Parigi del pre-Maggio, dove pure fu accolta con curiosità, Violeta non si trovò bene: troppo ricchi e distratti quei borghesi progressisti, poco rispettosi, in fondo, del suo canto popolare sospeso tra rabbia introspettiva e arma di lotta.
I capelli fluenti e lunghi, il viso segnato dalle piccole cicatrici del morbillo, le reazioni imprevedibili in bilico tra sfrontatezza e dolcezza, il timore umanissimo di non sentirsi più desiderabile sessualmente, la delusione per l’insuccesso del tendone alle porte di Santiago, la rottura con Favré ormai preso dalle avventure boliviane col gruppo Los Jairas: nel film, lungo 110 minuti, c’è la vita, più che la leggenda, di Violeta Parra, senza troppe concessioni romantiche o ideologiche, anche il ritratto di una donna francamente insopportabile ancorché geniale e impavida.

Da vedere subito, prima che lo smontino. E magari, se vi è piaciuto, subito dopo fate un salto su You-Tube per riascoltare le sue canzoni, a scelta, partendo da “Gracias a la vida” suonata al cuatro, la chitarrina a quattro corde che fa tutt’uno con la sua immagine. In fondo fu lei, più di altri, a ispirare quello che sarebbe diventato il movimento della Nueva Canción Chilena.

Michele Anselmi

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