Quei tagli al cinema

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano di oggi

Sembra incredibile: pochi giorni fa parlando con l’ambasciatore francese mi chiedeva come si spiega che un paese così ricco di cultura come il nostro sia il fanalino di coda in Europa e nel mondo. Nelle classifiche veniamo persino dopo la Grecia, che investe uno 0,1% in più di noi rispetto al Pil. L’Islanda, che è in cima alla classifica investe il 7,4%. Nel comparto culturale, dal 2008 abbiamo perso un miliardo e trecento milioni. Il dato si commenta da solo. E che dire dell’ultimatum dell’Unesco al governo italiano per Pompei? Come se non bastasse, ecco una nuova minaccia: il governo si appresta a decurtare il tax credit in favore del cinema italiano, riducendolo a meno della metà. E meno male che il presidente del Consiglio Enrico Letta disse in tv che si sarebbe dimesso in caso di nuovi tagli alla cultura. La notizia è trapelata, ma nessuno ancora ne conosce i contorni. Del resto è prassi ormai consolidata divulgare i brutti annunci col contagocce per farli sentire meno amari.

Non si capisce perché i nostri politici abbiano tanto in odio il cinema da voler abbattere una cifra minimale, 90 milioni di euro annui, derivanti dalle già misere esenzioni fiscali a un settore sinistrato di suo. Oggi lo stato investe nel cinema nazionale una cifra irrisoria. Bisognerebbe proporre alla Francia uno scambio vantaggioso: se ci date il vostro ministro della cultura (che tra l’altro è pure donna avvenente e intelligente) noi ve ne mandiamo due di quelli passati negli ultimi anni. Vi offriamo nomi prestigiosi, come Sandro Bondi e Giancarlo Galan. Perché rivolgerci alla Francia? Semplice: perché mentre il nostro ministero nell’ultimo anno ha investito nel FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) solo 75 milioni per la produzione, la Francia tre volte tante. E quasi mille milioni per l’intero comparto audiovisivo! I risultati si vedono. A Parigi si produce più del doppio, si stacca il 200% in più di biglietti, si aprono nuove sale, mentre noi le chiudiamo quasi ovunque. Solo a Roma hanno chiuso oltre trenta esercizi in pochi anni. Che la cultura da noi valga davvero poco lo dimostrano i prezzi stracciati con cui cediamo i gioielli più famosi. Vedesi alla voce Colosseo. A fronte di una manciata di milioni l’abbiamo “affittato” a Della Valle, che in cambio ne restaurerà una piccola parte. In qualsiasi altro paese si sarebbe fatta un’asta o per lo meno un bando pubblico. Coi quali magari si sarebbe scoperto che i cinesi o i giapponesi o qualche mecenate americano (di quelli veri) offrivano dieci volte tanto.

Tornando al cinema, lo spettatore si potrà chiedere perché mai lo stato debba investire soldi suoi. La disinformazione in questo caso regna sovrana. Per quanto concerne il Fus quei 75 milioni non sono una regalia, giacché nulla è concesso a fondo perduto. Trattasi di contributi che hanno la stessa valenza di un mutuo. Se il film incassa restituisce allo stato, se non incassa lo stato si comporta né più né meno come una banca che ha messo ipoteca sul bene mutuato. Dicevamo del disprezzo di cui gode la cultura qui da noi. Se volete la mia opinione, credo risalga a mezzo secolo di governi democristiani, quando la convinzione dei compari di Andreotti era che il cinema fosse appaltato per lo più a gente di sinistra. Dunque perché aiutarlo? Neppure i pochi governi di sinistra hanno brillato per simpatia, tant’è che rispetto al Pil anche loro hanno investito meno della metà che in Bulgaria. Ecco perché la notizia della decurtazione del tax credit ha creato il panico. Lo stesso direttore del Mibac, Nicola Borrelli, uomo saggio e pacato, appare preoccupato.

Siamo prossimi al default. Passare da 90 milioni a 45 significa distruggere il cinema italiano, questa è la pura verità. Eppure se si andasse a vedere quanto lo stato ha investito nell’industria automobilistica e quanto è tornato indietro, si aprirebbe una voragine. Decine di miliardi, tra contributi e cassa integrazione, in cambio di briciole. Quello che i nostri governanti ignorano è che investire in cultura, a differenza di quanto diceva Tremonti, si guadagna. Uno studio della Banca d’Italia evidenzia che il rendimento dell’ investimento culturale “è pari a circa il 9%, un valore superiore a quello ottenibile da investimenti finanziari alternativi, come ad esempio in titoli”. Un altro quesito che andrebbe rivolto ai nostri governanti è perché devolvere così poco al cinema e così tanto alla televisione? Solo la fiction della Rai costa al contribuente più di 250 milioni di euro. Trattasi di cultura? Stando alla qualità dei contenuti, se messi a confronto con il coraggio della televisione americana, c’è da inorridire. Già, ma la televisione, specie quella pubblica è riserva di caccia dei politici. Il cinema appartiene solo a chi lo fa. E per questo va punito.

Roberto Faenza

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