Oltre il guado. Tira aria nuovo nell’horror nostrano

Uno dei grandi interrogativi che spesso assalgono gli appassionati di cinema e chi si occupa della critica dei prodotti presentati in sala è quali siano le condizioni necessarie per fare un film o per fare in modo che un raggruppamento di frammenti girati possa essere considerato un prodotto artistico. Sembra, per rispondere a questa domanda, che per produrre un lavoro cinematografico davvero meritevole ci voglia meno di quanto spesso si è portati a pensare. Mentre oggigiorno la nostra visione è schiacciata dal chiassoso panorama hollywoodiano esiste un sottobosco di produzioni low-budget anche molto autorevoli (Arirang di Kim Ki-duk ne è un ottimo esempio) che rimettono in discussione quella che ormai è diventata l’abitudine.

La sfida di Lorenzo Bianchini con il suo Oltre il guado è proprio questa: creare un film di genere avendo a disposizione limitatissime risorse economiche. L’opera prosegue una ricerca già iniziata dal regista nel “lontano” 2001, quando Radice quadrata di tre aveva imposto la sua linea autoriale rendendo evidente, fra le altre cose, il suo interesse per una ben precisa realtà geografica e sociale. Anche per quest’ultimo lungometraggio si potrebbe mutuare una fortunata espressione del Morandini, che definisce i lavori di Bianchini “horror autoriali di rispetto”. In effetti è quantomeno doveroso notare e ammirare la capacità del regista di ritagliarsi una propria personalità registica e di condurla fino alle estreme conseguenze, entro i problemi che la povertà di fondi può portare con sé.

Oltre il guado è poi un film di genere decisamente particolare che, ben lungi dal ricadere negli ormai triti e ritriti stereotipi della cinematografia statunitense sull’argomento (Paranormal Activity e R.E.C. sono stati dei punti di non ritorno, come a suo tempo lo era stato The Ring), risulta essere in fin dei conti un lavoro riflessivo e meditativo, dove l’orroroso si configura più come un’esperienza mentale che come una plateale e grottesca ostentazione di sangue e interiora. È cinema d’atmosfera quello che produce Bianchini, realizzando un prodotto in cui le atmosfere contano più dei fatti e dove la studiatissima incidenza della luce sulle superfici oscure garantisce alla fotografia una perfezione inusuale.

Una nota deve essere poi necessariamente fatta alla perfetta integrazione entro lo scorrere delle immagini di sequenze eterogenee per supporto e natura: le immagini riprese dalle webcam nel bosco e i filmini mostrati ai volontari dall’anziano personaggio rompono il fluire dell’immagine e ricordano agli spettatori quanto quelle interruzioni siano splendidamente metacinematografiche (il mantenimento del rumore del proiettore è una trovata davvero geniale). In conclusione si può affermare senza temere di apparire troppo celebrativi che Oltre il guado sia un’opera di tutto rispetto, decisamente superiore a una larga parte della cinematografia di genere italiana e non; forse lo stesso Argento, dopo gli scivoloni clamorosi di La terza madre e soprattutto di Dracula 3D dovrebbe ritornare sui banchi di scuola.

Giuseppe Previtali

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