Nastri d’Argento, vince La migliore offerta. Ancora

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Misfatto”

Va bene, è stato l’anno di Giuseppe Tornatore. “La migliore offerta”, premiato al botteghino con 9 milioni di euro, ha vinto tutto quello che c’era da vincere nelle categorie principali: David di Donatello, Ciak d’oro, Nastri d’argento (sabato sera a Taormina). E là dove non ha trionfato come miglior film, vedi i Globi d’oro, è scattato il premio alla carriera, per far rientrare dalla finestra “La migliore offerta”.
Tuttavia “l’intenditore” domanda umilmente se non sia una pigrizia concentrare su uno stesso titolo, per un mese di seguito, tutti i premi al cinema tricolore. Tanti, forse troppi, volentieri impegnati a farsi la guerra sul filo dei minuti e dei dispetti, con anticipazioni stampa un po’ incongrue, destinate a ribadire primogeniture inesistenti. Non sarebbe meglio, al di là dei meccanismi di voto discutibili sui quali urge un dibattito franco (la “riforma” dei David imposta da Domenico Procacci è un autentico pasticcio, ora riconosciuto anche da chi la sosteneva in chiave di moralizzazione), provare a diversificare i risultati, non fosse altro per non obbligare i giornali a fare sempre lo stesso titolo?
Ai “pesanti” David, per questione di date, non poteva concorrere “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Ma ai più “agili” Nastri sì. Non di meno ha vinto di nuovo “La migliore offerta”. Mentre “La grande bellezza” ha dovuto accontentarsi di quattro Nastri minori, tra i quali i due andati a Carlo Verdone e Sabrina Ferilli come migliori attori non protagonisti. Dice: i cine-giornalisti hanno votato così, mica si può pilotare il palmarès. Ci mancherebbe, ma è anche vero che i Nastri a Verdone e Ferilli, due attori sicuramente bravi nel film, appaiono come un contentino, pure utile sul piano delle presenze sul palco taorminese. Ha senso premiare “La grande bellezza” senza premiare Sorrentino? No. Così come permane inspiegabile la pratica di candidare un artista per due o addirittura tre film o di allargare ogni tanto le cinquine a sestine. I premi funzionano se sono precisi, mirati, senza deroghe. Sennò, converrete, tutto finisce col suonare terribilmente all’italiana.

Michele Anselmi

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