A Keith Jarrett non piace il copy

Pubblicato su Il fatto Quotidiano di sabato 13 luglio

La scenata di Keith Jarrett a Umbria Jazz, che si incazza perché lo riprendono con i telefonini e fa spegnere le luci del palco, altrimenti non suona, ha fatto notizia. I tabloid inglesi come al solito hanno sparato contro la maleducazione degli italiani. Come se a Londra queste cose non accadessero. I giornali italiani hanno scomodato i tuttologi, che hanno sciorinato teorie post situazioniste sulla società dello spettacolo. Intanto il caso ha reso un bel po’ di pubblicità al celebre pianista, arrivato in Italia in sordina. Che l’arrabbiatura di Jarrett sia stata un po’ estemporanea, lo dimostra la platea piena di cellulari accesi. Come sempre. Fosse vero il contrario, a Umbra Jazz anche gli altri concertisti avrebbero avuto di che lamentarsi. Invece nulla di simile è accaduto. Ecco perché propongo di lasciare da parte le interpretazioni dei teorici e volare raso terra.

Se eliminiamo dal dibattito il tema del fastidio arrecato dai cellulari, emerge un elemento più probante: il diritto d’autore. Diciamoci la verità: non sono pochi gli artisti che si mostrano sempre più insofferenti di fronte a chi si appropria delle loro performance. Al pari di tutte le star, Jarrett le vincola al diritto di registrazione e le riprese video ne fanno parte. Per non inimicarsi la platea dei giovani, che sono poi coloro i quali rendono ricchi e famosi i loro beniamini, queste cose non si devono dire pubblicamente, ma la sostanza è quella. Il problema del copyright è all’ordine del giorno. Proprio in queste ore al di qua e al di là dell’oceano è in atto una battaglia sanguinaria. La stanno conducendo le major dello spettacolo, le etichette musicali e gli stessi editori, che rappresentano una industria dell’entertainment sempre più globalizzata, dove i grandi gruppi la fanno da padrone e i piccoli stanno alla finestra.

Quando c’è stata la rivoluzione industriale si sono poste le basi per la tutela del diritto d’autore. Se io compongo una canzone, tu non hai diritto di riprodurla senza il mio permesso. Il principio è stato esteso a ogni mezzo di comunicazione, dal cinema alla televisione alla letteratura. Ma nei secoli scorsi nessuno poteva immaginare che sarebbe arrivata una rivoluzione chiamata Internet. E che avrebbe scardinato ogni principio. Il primo a capire che le regole non sarebbero state le stesse risponde al nome di Steve Jobs, quando il 23 ottobre 2011 ha invaso il mondo con un giocattolo, l’Ipod, che ha mandato in pezzi l’industria discografica. Quattro anni dopo la geniale invenzione dell’Ipod (grazie ai cui ricavati Jobs si è poi divorato anche la Disney, diventandone il primo azionista), è stata la volta di altri tre americani (mai una volta che si inventi qualcosa qui da noi), i quali il 23 aprile 2005 hanno caricato il primo video di Youtube, dal titolo “Me at the zoo”, girato allo zoo di San Diego. Trovata non meno geniale, tant’è che neppure un anno dopo Youtube viene venduta a Google per quasi due miliardi di dollari.

Vi chiederete che c’entra tutto ciò con il gesto di Jarrett a Umbria Jazz? Centra, perché è da lì che bisogna partire per comprendere lo tsunami che sta scassando il mondo della comunicazione. Ovunque cantanti, musicisti, filmaker, editori eccetera vogliono ricevere profitto dalle loro produzioni. Ma se un tempo a proteggerli c’era il copyright, oggi con l’avvento del web il diritto d’autore è messo in discussione. Se una creazione è resa pubblica, sostiene il popolo del web, allora appartiene a tutti, anche a me semplice spettatore che vado al concerto di Jarrett col mio telefonino. E mentre lui suona sul palco, io lo registro in platea, lo scarico su Facebook e lo faccio vedere a chi mi pare. A dimostrazione che io ero lì. Io c’ero, ecco il manifesto del popolo del web. Video ergo sum, dicono i nativi digitali. Il dibattito sul diritto d’autore sta mandando in frantumi l’industria dello spettacolo. La pirateria solo in Italia crea danni per quasi 5 miliardi di euro l’anno. E difatti l’FBI ci ha collocati al vertice della black list, sconsigliando di investire da noi.

Di fronte a un’industria in cui girano ogni giorno miliardi, l’atteggiamento delle star è diventato schizofrenico. Per un Jarrett che protesta, ne troviamo dieci che invece dicono ai propri fans servitevi pure, scaricate gratis, filmatemi quanto volete, tanto io guadagno in un altro modo. La maggior parte dei cantanti inglesi, per esempio si è schierata a fianco del popolo del web, vedi il manifesto sottoscritto da Robbie Williams sino ai Radiohead in favore del download gratis. Lo hanno fatto per furberia, pur di non alienarsi il favore dei giovani? Sappiamo soltanto che in America, dove il dio denaro è spietato, la maggior parte degli artisti sta prendendo le distanze da troppa liberalità. E in Italia che succede? In Italia si litiga. Vedi alla voce SIAE, dove invece di pensare al futuro ci si batte al calor bianco per una poltrona nel consiglio di amministrazione.

Roberto Faenza

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