Pacific Rim. L’imponente “sense of wonder” di del Toro

Pacific Rim è senz’altro il blockbuster per eccellenza di questa estate, un giocattolone spettacolare, godibile e divertente che a conti fatti mantiene tutto quello che era lecito aspettarsi dopo aver visto i vari trailer di lancio. In un futuro assai prossimo la terra è minacciata dai Kaiju, enormi e raccapriccianti mostri provenienti da altri pianeti, giunti nel nostro mondo attraverso un varco dimensionale formatosi nel profondo dell’Oceano Pacifico. Per combattere questa letale e devastante minaccia aliena, le nazioni di tutto il pianeta hanno unito le forze per dare vita al progetto Jaeger, robot giganteschi quanto i kaiju, concepiti dall’uomo per essere manovrati al loro interno da due piloti che devono essere in perfetta sintonia per poter connettere le loro menti attraverso un ponte neuronale. La sopravvivenza della razza umana è nelle mani di questi pochi eroi, pronti a sacrificare le loro vite per difendere il mondo da una fine che sembra sempre più vicina e inevitabile.

Il livello tecnico degli effetti speciali realizzati per Pacific Rim è talmente alto da sfiorare la perfezione e da far rimanere letteralmente a bocca aperta in più d’una sequenza. In uno scenario quasi sempre notturno, battuto da una pioggia incessante con un mare eternamente in tempesta, prendono vita sul grande schermo gli scontri titanici e terrificanti tra i robot pilotati dall’uomo e i mostri alieni, di volta in volta sempre più enormi e distruttivi. Il cast messo su da del Toro non è composto da nomi altisonanti dello star system hollywoodiano: scelta non casuale, dovuta principalmente al fatto che a farla da padrone sulla scena devono essere soprattutto i kaiju e i jaeger. Uno dei nomi più noti al grande pubblico è quello di Ron Perlman, attore feticcio di Guillermo del Toro dai tempi di Cronos, impegnato qui in un piccolo ma gustoso ruolo e protagonista di una delle scene più divertenti del film inserita sui titoli di coda. Tra i protagonisti va sottolineata la prova di Idris Elba, un attore con una tale presenza scenica da rischiare di mangiarsi tutto il film, mostroni e robottoni compresi, ogni volta che compare sullo schermo; un interprete che riesce sempre e comunque a risultare credibile in tutto ciò che fa, dalle serie tv ai film sci-fi che gli stanno conferendo una certa celebrità, pienamente meritata, a livello internazionale. I momenti più leggeri e brillanti sono, invece, assicurati dalla bizzarra accoppiata di scienziati, impersonati da Charlie Day e Burn Gorman.

Pacific Rim ha tutti gli ingredienti necessari per sbancare i botteghini di mezzo mondo. Un progetto realizzato con estrema cura dal regista messicano, autore anche di una sceneggiatura – scritta insieme a Travis Beacham – che presenta una storia semplice e lineare, di facile presa sul grande pubblico, assai ben gestita per quanto riguarda i tempi narrativi. Solo nella seconda parte si avverte, per un breve lasso di tempo, una lieve fase di stanca superata brillantemente da una repentina impennata del ritmo e dell’azione.  Con il suo ultimo film, il cineasta riesce a spostare in avanti l’asticella del “sense of wonder”, cosa sempre più difficile e rara di questi tempi in cui si ha l’impressione d’aver già visto sul grande schermo ogni possibile diavoleria concepita con l’ausilio fondamentale e ormai imprescindibile della computer grafica. A rimanere impresse sono ovviamente le scene più spettacolari, roboanti e ipertrofiche ma non sfigurano più di tanto le parti dialogate grazie ad un canovaccio dagli sviluppi prevedibili – che innesta una storia alla Top Gun in un’ambientazione riconducibile agli anime giapponesi – dove comunque risultano ben dosati e sapientemente alternati i momenti drammatici e comici.

Il consiglio è di non perderselo sul grande schermo: se in questo momento c’è un film che va visto al cinema quello è proprio Pacific Rim, anche perché si fatica non poco a immaginarlo riprodotto su uno schermo domestico dov’è facile intuire che perderebbe gran parte di quel senso di meraviglia e stupore capace di far tornare bambini gli spettatori adulti, seppur per poco più di due ore.

Boris Schumacher

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