Cari attori italiani, fate come Favino (se vi riesce)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Il successo hollywoodiano dell’attore romano ci ricorda come e quanto serva imparare le lingue se vuoi avere un’opportunità internazionale. Poi, certo, da solo l’inglese non basta.

Cari attori italiani, imparate le lingue, almeno l’inglese e il francese. Non saranno tutto, se manca il talento, però aiutano. Guardate Penélope Cruz: spagnola, è diventata una star a Hollywood recitando in inglese, ma ha dimostrato di saper parlare italiano in due film impegnativi come “Non ti muovere” e “Venuto al mondo”. Poi certo, dipende dalla fortuna, come in tutti i lavori. E anche dai corsi intensivi. Il romano Alberto Sordi non volle mai impratichirsi con l’inglese, preferendo scimmiottarlo. La napoletana Sophia Loren, invece, trasformò la padronanza della lingua in un punto di forza, che di sicuro ne favorì la celebrità americana. Al contrario l’esperienza hollywoodiana di Vittorio Gassman fu un disastro, non per via l’inglese in verità, e infatti il futuro mattatore scappò a gambe levate da Los Angeles reinventandosi come attore di commedia. In fondo, a parte Giancarlo Giannini, spesso reclutato oltreoceano per ruoli da italo-americano o messicano, solo Bud Spencer & Terence Hill riuscirono a costruirsi un mercato planetario, capace di attraversare gli oceani.

Magari si paga il fatto che i film italiani, con rare eccezioni, sono considerati “provinciali”, anche quando sono belli e riusciti. «Non varcano la frontiera a Chiasso» recita l’usurata formula cara ai nostri produttori. Poi magari scopri che si vende più facilmente all’estero “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino o “Habemus Papam” di Nanni Moretti che “Educazione siberiana” di Gabriele Salvatores, girato in inglese, pure con John Malkovich.

Intanto, però, i nostri attori, non solo Monica Bellucci ormai ascesa al rango di diva indiscussa, cominciano ad essere notati dai registi stranieri. Non solo quando c’è da ingaggiare qualche faccia locale per una produzione americana ambientata in Italia: Christian De Sica e Neri Marcoré per “The Tourist”, Luca Argentero per “Mangia Prega Ama”, prima Giannini, Francesca Neri, Enrico Lo Verso per “Hannibal”, Raoul Bova per “Sotto il sole della Toscana”, Sergio Rubini per “Il talento di Mr. Ripley”.

Naturalmente conta avere agenti dotati di buoni rapporti con Londra e Parigi, ma se poi ti chiamano per un provino e non parli “fluently” l’inglese sono guai. Attori bravi come Valerio Mastandrea, Elio Germano, Marco Giallini, Silvio Orlando ne sanno qualcosa. Al pari di Claudia Gerini e Sabrina Ferilli.

La controprova? Riccardo Scamarcio, assoldato da Paul Haggis per il suo “Third Person” girato quasi tutto in Italia. Ma soprattutto Pierfrancesco Favino. Romano, quasi 44 anni, lesto a imitare i dialetti e dotato di ottima pronuncia inglese, è diventato un po’ il nuovo Giannini, forte anche del rapporto d’amicizia nato con Ron Howard sul set di “Angeli e Demoni”. Infatti il regista l’ha rivoluto in “Rush” come baffuto Clay Regazzoni, scusandosi addirittura in pubblico per il ruolo contenuto; e proprio in questi giorni potete vedere Favino in “World War Z”, zombie-kolossal di Marc Forster, dove si confronta senza complessi con l’eroe Brad Pitt facendo uno scienziato italiano impegnato a salvare il pianeta dai mostri. All’inizio il regista aveva pensato ad un francese per quel ruolo non proprio secondario, anche molto parlato; Favino si fece avanti, superò un impegnativo provino e la parte fu sua. «Per quanto mi riguarda cerco di portare la mia italianità, al di fuori degli stereotipi, nei film che faccio all’estero. Non interpreterò mai un mafioso, un politico maneggione, un tipo tutto piazza e mandolini» ha confessato qualche giorno fa. Solo per Scorsese farebbe un’eccezione. Si può capirlo.

Tutto cominciò nel 2006 con “Una notte al museo”, dove animava la statua di Cristoforo Colombo, poi venne “Le Cronache di Narnia”, accanto a Sergio Castellitto, un altro che se la cava bene all’estero con le lingue, e “Miracolo a Sant’Anna”. Di lì al ruolo del bravo poliziotto di “Angeli e Demoni” il passo fu breve.

Si diceva di Castellitto, stimato in Francia dopo “Ricette d’amore” e “Paris, je t’aime”, e di sicuro Parigi è stato il punto d’approdo per tanti attori italiani. Sia uomini, da Stefano Accorsi, sposato Laetitia Casta, a Michele Placido, pure regista del poliziesco “Il cecchino”; ma soprattutto donne: da Laura Morante ad Anna Galiena, da Valeria Bruni Tedeschi a Isabella Ferrari, senza dimenticare Maya Sansa, straordinaria in “Voyez comme ils dansent” di Claude Miller nel parlare tre lingue, e soprattutto Valeria Golino, per un certo periodo gettonata anche a Hollywood dopo l’intensa prova in “Rain Man”, tra Tom Cruise e Dustin Hoffman.

Non sempre l’esperienza americana funziona. Giovanna Mezzogiorno, protagonista di “L’amore ai tempi del colera” accanto a Javier Bardem, è più brava quando lavora in Italia, anche in progetti più piccoli. Di Asia Argento, che fu tosta spiona in “xXx” tra Vin Diesel e Samuel Jackson, si sono perse le tracce, mentre Violante Placido s’è spogliata per George Clooney in “The American” e Valentina Cervi fa la vampira nella serie tv “True Blood”.

Meglio, forse, la serie di 007, che ha sempre offerto buone chance agli italiani capaci di sbrigarsela con le lingue. Daniela Bianchi faceva innamorare Sean Connery in “Dalla Russia con amore” e Adolfo Celi gli dava filo da torcere in “Operazione Tuono”; più di recente abbiamo visto Maria Grazia Cucinotta in “Il mondo non basta”, Caterina Murino, Claudio Santamaria e l’immancabile Giannini in “Casino Royale”. Di solito i personaggi muoiano quasi subito. Però Murino, dopo il bollente amplesso con Daniel Craig, è diventata per antonomasia la nostra attrice da esportazione. Magari con una punta di sopravvalutazione.

Vedremo come andrà a Jasmine Trinca, reduce da una serie meritata di premi per “Un giorno devi andare” e “Miele”. Bella, sensibile e duttile, l’attrice scoperta da Nanni Moretti affiancherà Sean Penn, Javier Bardem e Idris Elba nell’action movie franco-statunitense di Pierre Morel “The Gunman”, tratto dal romanzo “Posizione di tiro” di Jean-Patrick Machette. È la donna amata per la quale il superkiller Martin Terrier, cioè Penn, proverà a ritirarsi dal giro. Senza riuscirci, ovviamente.

Michele Anselmi

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