Addio Cerami, un costruttore di sogni oltre Benigni

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Lo ricordo come fosse oggi. Intervenendo a un dibattito sulla crisi del cinema italiano, uno dei tanti, Vincenzo Cerami esordì sorridendo così: «Che onore trovarmi qui, nel Golgota della critica». Nessuno ha mai capito se fosse una battuta pungente delle sue, quel Golgota al posto di Gotha, o solo una svista per assonanza. Del resto, gli piaceva spiazzare, atteggiandosi a scrittore ruspante in mezzo agli eruditi con la puzza sotto il naso. Solo che anche lui aveva letto i libri giusti.
Un tumore al pancreas l’ha ucciso a 72 anni. Si sapeva che stava molto male, altrimenti, pur allergico ai premi, non avrebbe mancato l’appuntamento al Quirinale, lo scorso 14 giugno. Destinatario di un David di Donatello alla carriera, spedì una lettera letta dalla figlia Aisha, dove scriveva: «Malgrado tutto, eccoci qui a testimoniare che il cinema ha ancora voglia di “parlare”. Ci sono molti giovani cineasti che non smettono di interrogarsi. La nostra speranza, nel buio in cui ci dibattiamo, è che finalmente lo Stato e le imprese private decidano insieme di investire sulle bellezze d’Italia». Scattò un applauso.
E la sera, in diretta su Raiuno, furono gli amici Roberto Benigni e Nicola Piovani a ritirare la statuetta. Strano clima, già di commiato. Il comico toscano ne parlò al passato, sia pure alla sua maniera poetica, quasi senza accorgersene. «Io gli ho voluto bene. E vorrei dirgli di non preoccuparsi se stanno cadendo le stelle. Guardale, Vincenzo, per tenerle a mente. Il futuro è appena cominciato». Poco più di un mese dopo quel malaccio ha finito di ucciderlo.
Intellettuale eclettico e ruvido, buonista solo in apparenza, capace di furori sdegnati e premure inattese, Cerami non era uomo facile. Da sceneggiatore, che poi è il mestiere che gli ha dato fama e ricchezza, ha praticato i toni della commedia e della tragedia, con risultati diseguali, ma con la tigna certosina di chi amava scrivere, inventare storie e giocare su timbri diversi. Sono una cinquantina i film ai quali ha collaborato, a partire dallo spaghetti-western “Ed Desperado” di Franco Rossetti, e nel mazzo trovi di tutto: “Colpire al cuore” di Gianni Amelio e “Salto nel vuoto” di Marco Bellocchio, “Il minestrone” di Sergio Citti e “Il viaggio di Capitan Fracassa” di Ettore Scola, “Tutta colpa del Paradiso” di Francesco Nuti e “La fame e la sete” di Antonio Albanese, più i film di Benigni da “Il piccolo diavolo” in poi, incluso “La vita è bella” che gli fece sfiorare l’Oscar.

«Aver conosciuto Vincenzo è stato un regalo che qualcuno mi ha fatto e non so chi sia. A volte ringraziavo a caso, un regalo grande. Come mi piaceva stare insieme a lui! Mi ha insegnato come si fa a far battere il cuore alla gente. Gli ho voluto un bene che non c’è verso di dirlo» ha dichiarato Benigni dopo la morte dell’amico, lodandone l’estroso eclettismo. Perché Cerami è stato anche apprezzato scrittore, sin dall’esordio nel 1976 con “Un borghese piccolo piccolo”, che l’anno dopo sarebbe diventato un fortunato film di Mario Monicelli con Alberto Sordi. Seguirono titoli come “Amorosa presenza”, “Addio Lenin”, “La lepre” e tanti altri. Appassionato di casi criminali, raccontò con scrupolo quattro delitti celebri in “Fattacci”; continuando a scrivere sui giornali: commentatore di costume per “Il Messaggero”, “il Giornale” e “l’Unità”; critico di cinema per “Il Sole 24 Ore”. Anche commediografo di pièce teatrali, come “L’amore delle tre melarance” e “Sua maestà”, e poeta non convenzionale.
Non solo: in gioventù Cerami fu anche ballerino di twist e rugbista nel Frascati, mediano di mischia. Quasi una metafora del futuro farsi strada nel mondo della scrittura. Solo che la piccola borghesia, cuore di tanta letteratura italiana, poco lo interessava. Nato a Roma da genitori siciliani, possedeva un corpo massiccio, i tratti campagnoli, la voce schietta. Fu l’incontro con Pier Paolo Pasolini a cambiargli la vita. «Gli devo tutto, senza di lui non avrei mai saputo guardare il mondo con pietà e severità insieme. Ma di Pier Paolo mi mancherà il dono inestimabile di vedere la vita come una grande poesia collettiva» confessava.
Il sodalizio fu non solo artistico. Nessuna malizia. Chiuso in se stesso dopo una difterite, il piccolo Vincenzo conobbe sui banchi della scuola media di Ciampino quel professore di Casarsa neanche trentenne che lo avrebbe guarito dal mutismo psicologico facendolo giocare a pallone e dandogli da scrivere un tema su “Una domenica in montagna”. Mostrando precoci doti di fantasia, il ragazzino si inventò uno Yeti tra le nevi del Terminillo, il compito piacque molto a Pasolini e ne nacque un rapporto destinato a trasformarsi in amicizia. Anche sul set: nel 1966 fu aiuto regista in “Uccellacci e uccellini”; qualche anno dopo, chiuso il matrimonio con l’attrice Mimsy Farmer, Cerami avrebbe sposato la cugina di Pasolini, Graziella Chiercossi, madre del suo secondo figlio, Matteo, oggi regista.

Vita piena e intensa. Nel 2008, per dire, destò una certa sorpresa la decisione di diventare “ministro ombra alla cultura” nel Pd appena fondato da Walter Veltroni. «Una cosa eversiva, una svolta esistenziale», la definì. In gioventù socialista lombardiano e piuttosto indifferente alla politica attiva, si stancò della finzione nel giro di pochi mesi. Chiamatela, se volete, insofferenza. Ricordo i tre anni passati insieme, nella commissione selezionatrice della Mostra di Venezia, direttore Gillo Pontecorvo. Partecipava poco, salvo accendersi ogni volta che c’era da discutere di un film “pasoliniano”: rabbioso fino all’invettiva contro il provocatorio “Nerolio” di Aurelio Grimaldi, teneramente complice nel sostenere “I Magi randagi” di Sergio Citti. In compenso, nel 2002, su richiesta del ministro Giuliano Urbani, a titolo gratuito valutò i copioni da finanziare alla voce “film di interesse culturale nazionale”. Resistette solo otto mesi.

Cerami si divertiva a sorprendere. Come quella volta che prese a scrivere su “il Giornale”, per il gusto di confrontarsi con un lettore di destra, diverso dal suo tradizionale. Anche lì l’entusiasmo durò poco, ma la scelta apparve indice del temperamento dell’uomo: colto e umorale, legato a una matrice popolaresca, a tratti quasi borgatara, che gli derivava dall’aver a lungo frequentato PPP e i suoi discepoli. Ultimamente aveva messo da parte il cinema. Un po’ perché Benigni s’era preso una vacanza dopo i deludenti “Pinocchio” e “La tigre e la neve”. Un po’ perché accarezzava altri progetti, come la raccolta di poesia “Alla luce del sole” appena uscita. Vi si legge: «La memoria è una casa inabitabile con tartarughe morte, orologi rugginosi, tovaglie di perline stinte, frottole di legno marcito, sedie rovesciate, stemmi caduti dal chiodo, e una panca rimasta intatta, di legno greggio». Bello.

Michele Anselmi

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