Starbuck. La storia di un uomo incredibilmente prolifico

Nel vedere la nuova produzione franco-canadese diretta da Ken Scott e co-sceneggiata dallo stesso insieme a Martin Petit, non si può fare a meno di tirare un sospiro di sollievo. E infatti Starbuck – nelle sale dal 29 agosto – sfodera un’ironia intelligente, spensierata ma non troppo, così lontana dalla facile demenzialità di molte commedie nostrane, tutte ammiccamenti e battutine spinte.

Protagonista della storia è David Wozniak (Patrick Huard), 42enne non cresciuto che lavora nella macelleria di famiglia guidando il camion delle consegne. Irresponsabile e sommerso dai debiti (80.000 franchi quotidianamente reclamati dai suoi aguzzini), decide di dare una svolta alla propria vita quando la compagna Valérie (Juile Le Breton) gli comunica di essere incinta. Subito dopo però David, che venti anni prima donava sperma in una clinica per soldi, scopre di essere diventato il padre biologico di ben 533 ragazzi. Di questi, 142 si sono uniti in una causa legale per scoprire la vera identità del padre, che all’epoca delle “donazioni” aveva richiesto l’anonimato sotto lo pseudonimo di “Starbuck”. Sconvolto, David dà un’occhiata ai nomi e ai profili dei 142 ragazzi che l’avvocato dell’accusa gli ha procurato, e decide di volerli conoscere – anche se da lontano – uno ad uno. Tra minorenni con problemi d’eroina, calciatori di successo e attori costretti a fare i baristi per sbarcare il lunario, David riscoprirà se stesso e la sua paternità, interpretando qua e là il ruolo del loro “angelo custode”, vegliando sui ventenni senza mai rivelarsi.

I presupposti per una commedia di qualità ci sono tutti, e funzionano: a partire dal soggetto, quasi geniale per le possibilità di sviluppi che offre, e dall’ottima sceneggiatura, in cui le battute, pur nella loro immediatezza (irresistibili i nomignoli con cui Strabuck inizia ad essere ritratto dalla stampa locale), non scadono mai nel volgare. Anche quando la vicenda tira fuori il suo lato sentimentale – vedi i complicati rapporti famigliari di David o l’incontro con il figlio malato Raphaèl – la retorica viene sempre tenuta a distanza e il film rimane su un livello di umanità “dignitosa”, mai esagerata nelle sue rappresentazioni.

Inutile dire che la prova di Patrick Huard è perfetta, anche grazie ad una gestualità quasi teatrale, da palcoscenico (non a caso l’attore è assai familiare con le esibizioni dal vivo e ha condotto svariati “one-man show”, tra cui 18 ans et plùs e Face à Face). Accanto a lui la fisicità debordante e irriverente di Antoine Bertrand, nei panni dell’amico-avvocato un po’ sfigato che lo difende al processo, una sorta di mentore personale e decisamente poco politically correct. Buona anche l’interpretazione della graziosa Julie Le Breton, unico personaggio femminile di peso all’interno di una trama in cui la figura maschile sembra essere dominante.

E infatti alle madri dei 142 figli non si fa mai alcun cenno, quasi a sottolineare la provenienza spiritosamente poco “ortodossa” dei numerosi teenager, frutto “non dell’amore ma di una masturbazione in provetta” (come Antoine, il figlio bianchiccio appartenente alla generazione “Emo” e fervido vegetariano, ricorda a David). Efficacemente accompagnato dalle musiche di David Laflèche, nel 2011 Starbuck si è meritatamente portato a casa il premio “Most Popular Canadian Film” al Vancouver International Film Festival, e lo stesso anno ha ottenuto una Nomination al Festival di Toronto. Gli americani, amanti del remake, hanno già pensato ad una versione statunitense prevista per il 2014, stesso regista, con titolo The Delivery Man. Chissà se Vince Vaughn, scelto per la parte di David, sarà all’altezza del ruolo affidatogli.

Ilaria Tabet

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