Sharon & Pupi, la strana coppia. Ma funzionerà?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Il cinema è fatto anche così, di strane coincidenze: a volte buffe, a volte dolorose. Alle seconde appartiene quanto è successo in una delle due famose chiese gemelle di piazza del Popolo, a Roma, note come “degli artisti”. Venerdì 19 luglio i funerali di Vincenzo Cerami, in un clima di intensa commozione, tra preghiere, lacrime e il solito applauso un po’ fuori luogo. Il giorno dopo, alla stessa ora del mattino, i funerali finti da film, in un’atmosfera concitata, da Hollywood sul Tevere riveduto e corretto, a causa della presenza di Sharon Stone. Si dava il primo ciak a “Un ragazzo d’oro”, per il quale Pupi Avati e suo fratello Antonio sono riusciti a mettere insieme un cast che già di per sé è una notizia: Sharon Stone insieme a Riccardo Scamarcio, Cristiana Capotondi e Giovanna Ralli.

Inseguita dai paparazzi e guardata a vista da due tosti bodyguard, l’attrice 55enne, sempre bella e forse appena ritoccata, ha fatto la parte della diva hollywoodiana in trasferta con fedele traduttrice-segretaria al seguito. Sorridente dietro gli occhiali tondi con lenti azzurrine, elegante nella sua camicetta di seta, ben disposta agli scatti e ai complimenti dei passanti, neanche troppo frastornata dal can-can. Del resto da giorni è planata in Italia, e la cronaca non ci ha risparmiato nessuno dei suoi spostamenti: il concerto di Bocelli & friends a Lajatico in Toscana, l’arrivo in treno alla stazione Tiburtina su Italo, la sistemazione nel principesco hotel Hassler dell’amico Roberto Wirth, il pranzo romano a base di riso allo champagne, spigola con i pomodorini freschi e tartare di tonno, il tè verde e la frutta ultra-bio nella stanza con vista panoramica, più frescacce varie.
Speriamo solo che, di qui al termine delle riprese, non faccia la fine di Woody Allen. Nell’estate 2011 il regista newyorkese girò da queste parti “To Rome with Love”, venerato come una madonna pellegrina, invitato in ogni salotto, precettato dalle autorità. Dopo un po’, al pari del “marziano a Roma” di Ennio Flaiano, non se lo filò più nessuno: era diventato una macchietta.
Naturalmente Sharon è Sharon. Regale, carismatica, sensuale, più giovane di Woody anche se un po’ in ribasso dopo una serie di flop. «Sono contenta di stare qui per fare questo film con i fratelli Avati. Amo molto Roma e l’Italia, ho passato qui bellissime vacanze con i miei figli» ha scandito in inglese. Ma poi, rivolta ai fotografi pressanti: «Lo so, voi fate il vostro lavoro, ma se vi fate indietro magari io riesco a fare il mio».

Il piano di lavorazione non prevede troppe “pose”, per Sharon Stone, ma certo il film, prodotto da DueA e Combo insieme a Raicinema, potrà giovarsi della presenza illustre, mediaticamente utile, della star. Anche se non è la sua “prima volta” romana. Nel 1991, ancora sconosciuta, la ragazza si aggirava per l’ex Mattatoio del quartiere Testaccio senza che nessuno la intervistasse, sul set di “L’anno del terrore”: un film atroce di John Frankenheimer con James Spader sulle Brigate Rosse viste da un americano. L’anno dopo, però, grazie ai rifiuti di numerosi colleghe restie a spogliarsi e ad accavallare le gambe senza mutande, il gran salto con “Basic Instinct”, con conseguente approdo nell’empireo del sex appeal mondiale.

Nel film di Avati sarà Ludovica Stern, un’ex attrice di successo trasferitasi anni prima a Roma per amore e ora pronta a pubblicare da editrice un libro di memorie che sta molto a cuore al pubblicitario Riccardo Scamarcio. C’è di mezzo un suicidio: il padre del giovanotto s’è ucciso dopo aver fallito come romanziere, giornalista e sceneggiatore (ecco la scena dei funerali di giovedì scorso a piazza del Popolo). E ora il figlio intende dare alle stampe l’incompiuto romanzo autobiografico dell’estinto, un vibrante atto d’accusa nei confronti della Roma intellettuale e cinematografica che lo respinse. L’unico modo è completarne stesura, proprio ciò che farà il pubblicitario per redimere il nome del padre, trovando nella fascinosa/irraggiungibile Ludovica qualcosa di più di una complice. Colpo di fulmine rischioso, anche perché l’uomo è fidanzato con Cristiana Capotondi che volentieri lo tradisce.
Funzionerà la “chemistry”, per dirla all’americana, la chimica tra Sharon e Riccardo? Chissà. Probabilmente sì. Ai tempi di “Aiutami a sognare”, era il 1981, Mariangela Melato e Anthony Franciosa si intesero benissimo sotto la direzione di Avati. Ma è anche vero che non sempre l’operazione riesce. Sul piano artistico e su quello commerciale.

Prendete Robert De Niro in “Manuale d’amore 3”: sembrò un’idea geniale piazzarlo nell’episodio conclusivo del terzo capitolo, facendolo parlare in italiano, non doppiato, accanto a Monica Bellucci. Ma il film di Giovanni Veronesi incassò appena 6 milioni e 620 mila euro. Pochi rispetto a tutti i soldi investiti da Aurelio De Laurentiis. Eppure, ogni tanto, i registi italiani ci provano con le star hollywoodiane, pescando magari tra quelle che costano meno, tipo Harvey Keitel e Murray F. Abraham. Per sfida personale, per ragioni produttive, per valicare le frontiere, pure perché, come per “Un ragazzo d’oro”, il personaggio lo richiede. Così, in attesa che Al Pacino sbarchi in Italia l’anno prossimo per girare “L’orecchio del potere” dell’ultranovantenne Carlo Lizzani, ispirato al libro “Operazione via Appia” di Giulio Andreotti (ma si farà mai?), è toccato a Sharon Stone. Anche se colei che fu la conturbante Catherine Tramell di “Basic Instict” ha sbagliato parecchi film preferendo dedicarsi a buone cause. Pur continuando a lavorare. Nel 2010 ha girato quattro episodi della serie televisiva “Law & Order – Unità speciale”, poi s’è prodotta in comparsate di lusso: “Lovelace” di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, “Gigolò per caso” di John Turturro accanto a Woody Allen, “Gods Behaving Badly” di Marc Turtletaub, dove fa la dea Afrodite. Tra divine si intendono.

Michele Anselmi

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