Barbera agli italiani: “Se i vostri film sono belli, non vengono fischiati”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Venezia, intesa come Mostra del cinema, vede nero. Sarà perché c’è poco da ridere sul fronte delle storie, sospese, sia pure in chiavi diverse, tra conflitti sociali, etnici, religiosi, omofobie, famiglie spaccate, figli violati, padri disgraziati. «Lo so. Non sono film consolatori. Affrontano di petto la crisi, la contemporaneità, soprattutto la negatività che si respira. Manca l’apertura sul futuro, non c’è speranza» ammette il direttore Alberto Barbera, che pure avrebbe voluto prendere in cartellone qualche commedia, a patto di trovarla «non bassa e triviale». In compenso la Mostra parla inglese, anche molto. Perché, a parte i cinque americani non famosi piazzati in concorso, più il filmone d’apertura, l’atteso e fantascientifico “Gravity” in 3D di Alfonso Cuarón con Sandra Bullock e George Clooney, la 70ª edizione segna il ritorno glorioso del cinema british, con ben tre titoli in gara, tra in quali “Philomena” di Stephen Frears, protagonisti i toccanti Judi Dench e Steve Coogan.

Mostra “snella”, si sarebbe detto ai tempi del timoniere Guglielmo Biraghi. Non che i soldi siano calati, siamo sempre attorno ai 13 milioni euro di budget, ma si razionalizza, per rendere meno convulse le giornate dal 28 agosto al 7 settembre, utilizzare meglio gli spazi disponibili, favorire la visione dei lungometraggi scelti per la selezione ufficiale: 54, tra Concorso, Fuori concorso e Orizzonti, dei quali 52 in prima mondiale e 2 in prima internazionale. Più mediometraggi e cortometraggi vari. Anche micro metraggi di 60-90 secondi, raccolti in un’antologia battezzata “Future Reloaded” alla quale hanno partecipato settanta cineasti, famosi e meno noti, passati al Lido negli ultimi due decenni.
In attesa di sapere se le associazioni del cinema, molto arrabbiate col governo a causa del taglio del tax-credit, boicotteranno il festival uscendo addirittura dalle sale in presenza di ministri vari, la Mostra è stata presentata ieri mattina nel solito albergo di via Veneto. A occhio, la faccenda degli sgravi fiscali si sistemerà nel giro di qualche settimana, i milioni destinati al 2014 torneranno ad essere una novantina, così il ministro Massimo Bray potrà farsi vedere al Lido senza timore dei fischi. Un problema di meno per il presidente della Biennale, Paolo Baratta, e anche per Barbera. Il quale ha dovuto dilungarsi a lungo per spiegare il senso del programma, anche rispetto al recente festival di Cannes. «Vorrei conoscere il direttore che dice di no a registi come i fratelli Coen, Payne, Jarmusch o Soderbergh. I grandi autori erano tutti lì, così abbiamo dovuto fare i conti con la situazione e prendere qualche rischio in più, anche se calcolato» ha scandito. Dicendosi naturalmente «molto soddisfatto» della selezione, che non si fa «per compiacere tutti». In sostanza? «Sarà contento chi accusa i festival di chiamare sempre i soliti noti; e anche chi accusa i festival di essere poco attenti al mercato. Venezia 70 offre una fotografia del cinema contemporaneo con le sue componenti contraddittorie».

In verità lo dicono tutti i direttori, sempre. Vedremo alla prova dei fatti. Ma certo questa edizione, nonostante qualche titolo dallo stesso Barbera definito «impegnativo», cioè punitivo, come il tedesco “Die Frau des Polizisten” di Philip Gröning coi suoi 175 minuti, prova a muoversi con intelligenza tra generi, stili e ricerca, facendo di necessità virtù, puntando sui nuovi talenti in parte sconosciuti.
Prendete la selezione italiana in concorso, la più delicata per ragioni pure comprensibili: perché è sempre a rischio sfottò e stroncature, perché gareggiare in un contesto internazionale aiuta ma se poi non arriva il premio tutti si offendono, perché i candidati hanno preso l’abitudine di dire «mai più a Venezia».
L’ultimo Leone d’oro vinto dall’Itala risale al 1998: fu “Così ridevano” di Gianni Amelio, premiato dalla giuria presieduta allora da Ettore Scola, a centrare il bersaglio pieno. E proprio Amelio torna in gara con “L’intrepido”, protagonista Antonio Albanese. Gli altri due titoli sono, come anticipato da Cinemonitor, il grottesco “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante e – assoluta novità per Venezia – il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi, dove GRA sta per il Grande raccordo anulare di Roma, raccontato attraverso le vicende di sette persone scovate dall’autore ai bordi della “bretella” nel corso di tre anni. Un maestro riconosciuto di casa a Venezia, una esordiente eterodossa con esperienze di scrittrice, attrice e regie teatrali, un documentarista atipico, in bilico tra Stati Uniti e Francia, già fattosi apprezzare a Venezia 2010 con il controverso “El Sicario – Room 164”.

Funzionerà il terzetto tricolore? Dipende dalla qualità dei film, ovviamente. Certo non è un segreto che, scottato dall’esperienza vissuta nel 1998 con “I piccoli maestri”, Daniele Luchetti abbia preferito spedire il suo “Anni felici” al festival di Toronto. Barbera rispetta la scelta del regista, ma ricorda con una punta polemica che «non sempre gli italiani prendono fischi a Venezia, è una leggenda da sfatare, una cosa montata dai media: “se i film sono buoni arrivano anche gli applausi”.
Di sicuro non è casuale che sul manifesto campeggi, disegnata e vista da dietro, la figura di Federico Fellini. Infatti “Che strano chiamarsi Federico!”, da un verso di Federico García Lorca applicato al cineasta riminese, sarà fuori concorso al Lido, per la regia proprio di Scola, che sta facendo le corse per terminare in tempo questo omaggio in parte autobiografico, che intreccia episodi ricostruiti con attori a Cinecittà e materiale di repertorio.
Quanto a chi c’è e chi non c’è, il discorso poterebbe lontano. Barbera parla infastidito di «solito giochino», senza fare nomi. Per dire: sulla carta mancherebbero all’appello “Captain Phillips” di Paul Greengrass con Tom Hanks, “The Fifth Estate” di Bill Condon su Julian Assange, “12 Years Slave” di Steve McQueen con Brad Pitt, “August: Osage County” di John Wells con Meryl Streep e Julia Roberts, “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio. Alcuni non erano pronti, altri vanno direttamente a Toronto oppure non sono piaciuti ai veneziani. Capita. Vale proprio la pena di farne un caso?

Michele Anselmi

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Questa la selezione dei venti titoli che si contenderanno il Leone d’oro della settantesima edizione:

“Les Terrasses” di Merzak Allouache (Algeria/Francia)
“L’intrepido” di Gianni Amelio (Italia)
“Miss Violence” di Alexandros Avranas (Grecia)
“Tracks” di John Curran (Australia/Inghilterra)
“Via Castellana Bandiera” di Emma Dante (Italia)
“Tom à la ferme” di Havier Dolan (Canada)
“Child of God” di James Franco (Usa)
“Philomena” di Stephen Frears (Inghilterra)
“La jalousie” di Philippe Garrel (Francia)
“The Zero Theorem” di Terry Gilliam (Inghilterra/Usa)
“Ana Arabia” di Amos Gitai (Israele/Francia)
“Under the Skin” di Jonathan Glazer (Inghilterra/Usa)
“Joe” di David Gordon Green (Usa)
“Die Frau des Polizisten” di Philip Gröning (Germania)
“Parkland” di Peter Landesman (Usa)
“Kaze tachinu” di Hayao Miyazaki (Giappone)
“The Unknown Know” di Errol Morris (Usa)
“Night Moves” di Kelly Reichardt (Usa)
“Sacro GRA” di Gianfranco Rosi (Italia)
“Jiaoyou” di Tsai Ming-liang (Tapei/Francia)

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