Lettera aperta al ministro Bray

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano di mercoledì 28 agosto

Gentile ministro, mi permetto di scriverle questa lettera nel giorno di apertura del Festival di Venezia, a tutt’oggi la nostra massima rassegna cinematografica. Al momento della sua nomina c’è stato chi ha ironizzato sul suo cursus honorum, ma negli ultimi tempi ha dimostrato una fermezza che ha stupito i detrattori quando ha firmato per l’eccezione culturale contro l’invadenza hollywoodiana, a differenza di alcuni suoi colleghi, vedi Emma Bonino, che da quando è al governo pare diventata un camaleonte.

Di recente è anche riuscito a convincere il ministro dell’Economia Saccomanni della inopportunità di cancellare i benefici fiscali su cui regge la produzione nazionale. Ove non fosse riuscito nell’impresa, autori e produttori si sarebbero uniti impedendo l’accesso ai politici al palazzo del cinema. Palazzo, che come lei sa, ancora non esiste, nonostante le promesse dei suoi predecessori. Lo scandalo del nuovo palazzo del cinema giace sepolto in un vortice di nefandezze sin dalle fondazioni ripiene di rifiuti tossici. Lo evidenzia l’impietoso reportage di YouReporter per errori che verranno pagati a suon di milioni dall’ignaro contribuente. Da tempo vado dichiarando su questo giornale la convinzione che in Italia il ministero più importante dovrebbe essere il suo. Siamo il paese con in il maggior numero di siti al mondo, eppure ci comportiamo come se non contassero nulla. Gli stranieri osservano sgomenti quanta poca considerazione di tutto ciò hanno i politici nostrani, i quali finiranno per fare delle rovine di Pompei il simbolo dell’intera nazione. Tralascio le bestialità di un noto ex ministro che ha subordinato la cultura all’alimentazione.

La domanda che le pongo è semplice: non sarebbe il caso di uno scatto di reni? Considerato che al ministero dell’Economia siede un uomo proveniente dalla Banca d’Italia, non sarebbe opportuno ricordargli uno studio del 2009, proprio di quella banca? Vi si attesta il rendimento degli investimenti culturali, “pari  a circa il 9%, un valore superiore a quello ottenibile da investimenti finanziari alternativi, come ad esempio in titoli”. Se molti siti archeologici boccheggiano, il mondo della comunicazione, dal cinema alla letteratura alla stampa alla televisione, giace in condizione di mera sopravvivenza. Eppure basta oltrepassare Ventimiglia per vedere che al di là del confine lo stesso comparto vola alto, nonostante la crisi economica anche laggiù. Il suo ministero investe nell’audiovisivo una miseria rispetto ai mille milioni di euro del governo d’oltralpe. La differenza dipende dalla debolezza dei suoi predecessori. Sono stati seduti su una miniera d’oro senza rendersene conto. Semplicemente si tratta di computare la ricchezza culturale del paese e pesarla rispetto agli altri dicasteri. Cosa impedisce al suo ministero di fotocopiare la legislazione francese e introdurla tale quale da noi?

Se ad esempio confrontiamo il cinema italiano con quello francese, noteremo una componente da noi quasi assente: il coraggio. Il cinema italiano deperisce per mancanza di coraggio. Idem dicasi per la televisione, dove funzionari di nomina strettamente partitica dettano legge incontrastati obbligando l’inerme spettatore a subire una programmazione sempre uguale. Sa perché? Perché da noi vige  la forma più perfida di censura: l’autocensura. Metta il caso che si volesse realizzare una pellicola o un programma tv critici del Presidente Napolitano. Crede che qualcuno li finanzierebbe? In America Michael Moore l’ha fatto ed è stato premiato. Qui sei premiato se sei un conformista. Nel 1978 ho firmato un film contro il potere politico di allora, “Forza Italia!”. Non ho più lavorato in Italia per oltre vent’anni. Liberare il cinema e la televisione dalla politica, questa dovrebbe essere la sua vera mission. Siamo all’assurdo che se vuoi vedere una fiction sui Borgia devi sintonizzarti sui canali americani.

Occorre prendere atto che non è più tempo di provvedimenti tampone: un po’ di soldi al FUS, un tax credit qua, un aiuto alle sale là, qualche tentativo contro la pirateria… Tutti placebo per la salute del malato che ritardano di poco la cancrena. Palliativi utili solo alla casta cinetelevisiva, un centinaio di persone che lucrano alle spalle di migliaia di giovani talenti lasciati fuori dalla porta. Con l’avvento di Internet nulla sarà più come prima. Siamo nel mezzo di una rivoluzione industriale, ma mentre gli altri paesi si stanno equipaggiando, noi siamo fermi al secolo scorso. La “fiamma dell’innovazione”, come ha spiegato a Obama Enrico Moretti, l’economista italiano riparato a Berkeley, è ciò che fa la differenza. Eppure in Italia non spendiamo un euro in sviluppo e ricerca, due parole sconosciute ai suoi predecessori. Le dice niente che Steve Jobs con i ricavi della Apple si sia comprato la Disney? Basti pensare che la sola riforma di sistema che ha toccato il cinema italiano risale al 1962, quando ancora non esisteva il digitale. Come si può pensare di equipaggiarci navigando a vista, senza un radicale ripensamento? Certo non è impresa facile affrancarsi dallo strapotere della politica, come non lo è pensare in grande facendo parte di un governo associato a un condannato. Tuttavia almeno si può cominciare. Altri paesi europei lo hanno fatto introducendo norme contro la discrezionalità e in favore di automatismi uguali per tutti. E facendo pagare i provider come le varie Telecom, che rappresentano la lobby più agguerrita contro i diritti degli autori.

Come diceva Don Abbondio, se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare. I suoi predecessori più recenti ne hanno mostrato zero e se mai verranno ricordati lo saranno con la qualifica di ministri inutili. L’augurio è che lei venga ricordato per avere invertito la rotta. So che dopo Venezia chiamerà a raccolta gli Stati generali della cultura. Sarebbe bello se già a Venezia annunciasse i primi passi verso la svolta. Non avrebbe nulla da perdere, ma tantissimo da  guadagnare. E tutti noi con lei.

Roberto Faenza

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