Venezia 70. Dall’assassinio di JFK a Miyazaki fino alla violenza in salsa greca

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “Il Secolo XIX”

LIDO DI VENEZIA. Giornate piene nel primo week-end della Mostra, quello che affolla le sale, mobilita lo struscio al Lido e riempie i ristoranti, lesti ad alzare vergognosamente i prezzi. Tre film in concorso sabato e altrettanti ieri. Non saranno troppi? Certo che sì. Però, almeno fino ad ora, non risultano cantonate clamorose. Vale sia per l’americano “Parkland” dell’esordiente Peter Landesman sia per il greco “Miss Violence” di Alexandros Avranas, approdati ieri in gara insieme a “Kaze tachinu” di Hayao Miyazaki, di cui parliamo a parte.

La notizia è che “Parkland”, acquistato da Raicinema, andrà in onda su Raitre il 22 novembre, a cinquant’anni esatti dall’attentato di Dallas che costò la vita a John Fitzgerald Kennedy. A partire da “JFK” di Oliver Stone, non si contano i film su quella giornata cruciale e maledetta che inflisse il colpo definitivo al cosiddetto American Dream. Ma curiosa è la prospettiva scelta dall’ex giornalista Landesman, uno abituato ai teatri di guerra: rievocare il caos di quel 22 novembre 1963 entrando nell’ospedale, appunto il Parkland Memorial, dove il presidente si spense alle 13 in punto dopo innumerevoli tentativi di rianimazione. «Il mio intento non era creare uno spaccato d’epoca o rivelare nuove verità sulla cospirazione, ma girare un film sulle onde d’urto della violenza, dando voce alle persone “non famose”, dai medici agli uomini della scorta, che vissero quegli eventi dietro le quinte».
Coprodotto da Tom Hanks e Bill Paxton, “Parkland” ha l’andamento di un reportage cine-giornalistico, uno stile veloce e concitato, anche se vi recitano attori di nome, come Billy Bob Thornton, Marcia Gay Garden, Zac Efron e Paul Giamatti. Quest’ultimo nel ruolo di Abraham Zapruder, il famoso sarto di simpatie democratiche che con la sua cinepresa 8 mm girò casualmente il filmato di 26 secondi più esaminato nella storia dell’uomo. “Life” pagò la bellezza di 50 mila dollari per assicurarselo.
Il film è interessante più per i dettagli sconosciuti, o noti solo agli esperti, che per la riuscita artistica, comunque discreta. Per dire: l’enorme quantità di sangue del povero Kennedy sui camici di medici e infermiere, il busto ortopedico sotto la giacca, la biancheria intima lasciata per pudore durante l’intervento, la bara fatta entrare a forza sull’Airforce One sbullonando una serie di sedie e segando un tramezzo, lo sgomento dell’onesto Robert Oswald, fratello del cecchino Lee Harvey, a sua volta freddato qualche giorno dopo e finito nello stesso ospedale prima d’essere rapidamente sepolto, i ritardi tecnici nello sviluppare il filmato di Zapruder, il dossier bruciato da un agente texano che avrebbe messo l’Fbi in imbarazzo, lo smacco degli storditi uomini della sicurezza. «Storie di persone normali proiettate in una situazione eccezionale» dice Landesman, scettico sulla possibilità di arrivare alla verità sul complotto.

La violenza, ma di segno diverso, è di casa anche nel film greco del 35enne Avranas, non a caso intitolato “Miss Violence”. In una Grecia scossa dalla crisi, l’undicenne Angeliki si getta dalla finestra nel giorno del compleanno, mentre i parenti stanno per accendere le candeline. Perché l’ha fatto? Perché tutti parlano di «incidente», quasi a voler chiudere in fretta la questione? Non ci vuole molto a capire che la famigliola borghese, capace di tenersi a galla mentre la recessione morde, nasconde segreti inconfessabili. Pratiche turpi ai danni di figlie e nipoti, un traffico sessuale gestito con schizofrenica lucidità da quel padre, apparentemente severo e premuroso.
Fotografia a luce naturale, niente colonna sonora, un crescendo di soprusi spiegati in chiave di “sindrome di Stoccolma”, la violenza casalinga come riflesso di una più generale manipolazione sociale. Finisce male o forse bene: con un omicidio-vendetta applaudito dai giornalisti, magari per via della tensione accumulata.

Michele Anselmi

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L’addio al cinema del maestro Miyazaki

Si sapeva da tempo che il 74enne Hayao Miyazaki, venerato maestro giapponese dell’animazione, già premio Oscar e Leone d’oro alla carriera, non sarebbe volato alla Mostra per presentare “Kaze tachinu”, ovvero “The Wind Rises”. Non si sapeva invece che con questo film, già uscito in patria con notevole successo e qualche polemica legata al presunto carattere “bellicista” della vicenda, il regista avrebbe dato l’addio al cinema. Tra una settimana sarà lui stesso, con una conferenza stampa a Tokyo, a spiegare i motivi della scelta. «Perciò non posso accettare domande sull’argomento» ha scandito ieri al Lido Koji Toshino, presidente del mitico Studio Ghibli creato dal regista di “La città incantata”. A parziale sollievo, per i numerosi fan italiani, la notizia che anche “Kaze tachinu” uscirà in Italia, distribuito da Lucky Red.
Si diceva delle polemiche giapponesi. Piuttosto infondate dopo aver visto il film, a tratti molto bello e lirico, ma forse non un capolavoro indiscutibile. Riassumendo schematicamente, “Kaze tachinu” racconta la vita dell’ingegnere aeronautico Jirō Horikoshi, l’uomo che inventò i micidiali caccia-bombardieri “Zero”, usati dal Giappone per affondare la flotta americana a Pearl Harbor e numerose missioni suicide. Ma in realtà il film non veicola messaggi guerrafondai, non nutre sottotraccia nostalgia per l’Impero del Sole, semmai mette in scena, con sfrenata fantasia, il doloroso e romantico inseguimento di un sogno destinato a infrangersi contro l’imbarbarimento della Storia. “Il vento si leva” è la traduzione italiana del titolo. Quel vento così arduo da disegnare sullo schermo, dove rifulge, neanche troppo a sorpresa, l’omaggio all’ingegnere aeronautico italiano Gianni Caproni. Una passione del personaggio, pure del regista.

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