Locke, la sorpresa fuori concorso del festival. In competizione Gilliam e Dolan

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

LIDO DI VENEZIA. Mugugni, rimproveri, battutine su Twitter, la solita domanda che risuona tra i cinefili: «Perché non sta in concorso?». Nella fattispecie il casus belli si chiama “Locke”, che non parla del filosofo inglese seicentesco bensì di un ingegnere edile di nome Ivan Locke alle prese con un’ora e mezza davvero infernale. Scritto e diretto dal britannico Steven Knight per Tom Hardy, unico protagonista in scena, il film è stato inserito tra i fuori concorso. Certo che poteva stare in gara, pure egregiamente, come ammette al “Secolo XIX” il direttore Alberto Barbera. «La verità? È arrivato tardi, quando avevo già invitato gli altri tre titoli inglesi in concorso. Quattro sarebbero stati troppi. Ma lo trovo straordinario». Di fatto, nella giornata di ieri, “Locke” ha finito con l’oscurare idealmente i due film in competizione, cioè “The Zero Theorem” di Terry Gilliam e “Tom à la ferme” di Xavier Dolan.

Trattasi di una di quelle cine-sfide che partono come esercizio di stile, evocando la scansione degli eventi in tempo reale, e via via si impongono per il resto: qualità drammaturgica, prova d’attore, forza delle situazioni. Più di “Buried”, per fare un esempio recenti. Qui è l’interno di un lussuoso Suv l’unico set del film, mentre l’autostrada di notte diffonde bagliori e rumori. Incarnato da un barbuto Tom Hardy, così diverso dal terrificante Bane del “Cavaliere Oscuro – Il ritorno”, Locke sala in auto alle nove di sera. L’uomo è nervoso, e presto scopriremo perché: una donna con la quale ebbe una fugace scappatella, mesi prima, sta per partorire, e ora lo vuole accanto a sé. Solo che Locke è felicemente sposato, con due figli, e la mattina successiva l’aspetta in cantiere una rischiosa colata di calcestruzzo da 350 tonnellate.
In 85 minuti esatti, quanto dura il viaggio verso l’ospedale londinese, “Locke” scandisce l’odissea personale dell’uomo. “A decent man”, per dirla all’inglese, che non vuole seguire le orme del padre scellerato, pronto a perdere tutto pur d’essere onesto con se stesso. E intanto si moltiplicano, in un crescendo di tensione, le telefonate di fuoco: della moglie, della partoriente, dei capi e dei sottoposti.
Steve Knight, già sceneggiatore per Frears e Cronenberg, è regista coi controfiocchi. Si vede da come trasforma l’abitacolo dell’auto in un luogo dell’anima, dove il lucido ingegnere sotto pressione mette alla prova se stesso, senza deflettere mai dal rigore morale, che debba affrontare intoppi pratici o disastri familiari. Una scommessa vinta per il 36enne Hardy, oggi “clean and sober” dopo essere arrivato a un passo dall’autodistruzione causa alcol e droghe. Di certo un film perfetto.

Non altrimenti si può dire di “The Zero Theorem”, l’altro film inglese della giornata, messo in concorso. Terry Gilliam, americano trapiantato prima a Londra e oggi in Umbria, è finito a Bucarest per girare a basso costo questo apologo fanta-filosofico dai toni burleschi e surreali, sia pure intinto nel pessimismo. Solo che la forza profetica di “Brazil” e “L’esercito delle 12 scimmie” sembra smarrita, non solo per questione di budget. Costretto a rifare eternamente se stesso, Gilliam non centra il bersaglio, nonostante il cast di lusso, dove appaiono in partecipazione amichevole, attorno ai protagonisti Christoph Waltz e Mélanie Thierry, attori come Matt Damon, Tilda Swinton e David Thewlis.
Londra di un futuro prossimo venturo, dove tutti sono ossessivamente connessi alla rete e regna un diabolico Management. Il calvo genio del computer Qohen Leth, uno che parla al plurale e abita in una chiesa sconsacrata al cospetto di un crocifisso con telecamera al posto della testa di Gesù, è afflitto da angoscia esistenziale, ha rinunciato a vivere. «Everything is under control» rassicurano i cartelloni al neon, mentre furoreggia la Chiesa del Batman Redentore e il sesso si consuma virtualmente. Il fattore umano, nella persona della conturbante Bainsley, riaccende i sensi dell’ometto triste, per il quale tutto è uguale a zero, provocando una falla nel sistema. Finale aperto su una spiaggia hawaiana dove il sole può finalmente tramontare.

Si muove invece tra meló fiammeggiante alla Sirk e certi climi di Fassbinder l’enfant prodige canadese Xavier Dolan, regista e interprete di “Tom à la ferme”. Il Tom del titolo è un pubblicitario gay che si affaccia ai funerali del suo compagno, nella fattoria in pieno Québec rurale da dove l’estinto era scappato. Naturalmente la famiglia ignorava tutto, sicché il povero Tom, risucchiato in un ambiguo e macabro gioco di ruolo dal fratello del morto, deve fingersi solo “amico” per proteggere la madre e l’onore. Ma forse Francis non è così macho come appare e lo straniero non disdegna qualche torsione violenta. Il thriller è psicologico, dai toni lividi e pieno di musica, con qualche stravaganza di stile che potrebbe molto piacere al presidente di giuria Bertolucci.

Michele Anselmi

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