Moebius. Il ritorno di Kim Ki-duk tra evirazioni e sensi di colpa

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

LIDO DI VENEZIA. «Le parole sono sopravvalutate» teorizza un personaggio dell’australiano “Tracks”. Senza saperlo, il coreano Kim Ki-duk, l’anno scorso Leone d’oro qui al Lido con “Pietà”, ha preso alla lettera il concetto. Nel nuovo “Moebius”, ieri passato fuori concorso e da domani nelle sale italiane, non si parla per 90 minuti; in compenso si fa un gran discorrere di organi genitali, specie maschili, e si mostrano pure: tagliati, martoriati, ricuciti. «Nasciamo nel desidero e ci riproduciamo nel desiderio, quindi siamo collegati in un tutt’uno, come il nastro di Moebius, e io finisco per invidiare, amare e odiare me stesso» sostiene un po’ oscuramente il 53enne regista venerato dai festivalieri.
Non di meno “Moebius” è stato accolto dai critici con risatine e sberleffi, in parte messi nel conto dal cineasta, anche se alla fine è risuonato l’applauso. Sarà perché il cinema di Kim Ki-duk è una sorpresa continua, specie quando si immerge nei bassifondi dello spirito coreano, sbullonando ipocrisie e tabù. Infatti in patria il film è stato alleggerito in alcune sequenze, a suo modo “evirato”. Proprio come accade nella storia, certo estrema, ci si augura non autobiografica in senso stretto.

Una bella moglie tradita, trasformatasi in una sorta di erinni, non riesce a tagliare il pisello al marito infedele, così ripiega, chissà perché, sul figlio adolescente. Il quale, poveretto, si ritrova in un lago di sangue e soprattutto privato della virilità in un momento cruciale della crescita. Figuratevi la sua vergogna quando i compagni di scuola si accorgono della menomazione, sicché il padre, per espiare la colpa, si fa tagliare il membro da un chirurgo per innestarlo sul moncone del figlio. Il trapianto riesce, ma l’adolescente, nel frattempo finito in carcere per essersi aggregato a tre balordi violentatori, non sembra essere capace di eccitarsi. Ci vorrà il ritorno della madre perché scatti la molla, ma a quel punto tutto si complica, non solo in chiave edipica: la donna desidera il figlio o usa il figlio per riconnettersi sessualmente al padre? Occhio alla pistola nel cassetto di papà.

Kim Ki-duk, capelli raccolti in una piccola crocchia, nega di aver voluto interrogarsi sui temi della “fallocrazia”. «Magari voi occidentali lo vedrete in quella prospettiva, ma io ho voluto solo affrontare un argomento, gli organi genitali, ancora relegato nella sfera del Proibito». Pure nella supertecnologica Corea del Sud. Nonostante l’aura di scandalo-choc, non si vede granché, a parte un bigolo di lattice tranciato di netto che passa di mano in mano fino a rotolare sull’asfalto spiattellato da un camion, e due coppie di seni rifatti con lo stampino. Però il film, nel finale riscaldato da una preghiera buddhista e da un omaggio a Vermeer, suggerisce davvero un bizzarro rapporto col sesso e i suoi surrogati. Pare che sfregare sul piede una pietra ruvida fino a farlo sanguinare provochi l’orgasmo, però subito seguito da un dolore indicibile. Meglio astenersi.

Michele Anselmi

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