L’intrepido. Un nuovo Charlot nel mondo del precariato

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

LIDO DI VENEZIA. «Grazie per questo film che racconta la rivoluzione degli onesti!» s’entusiasma un giornalista, dimenticandosi di fare la domanda. Tuttavia “L’intrepido”, secondo titolo italiano in gara alla Mostra, è stato accolto con una punta di delusione alla proiezione per la stampa. La cronaca registra una scarica di “buuu” e fischi sui titoli di coda, subito controbilanciata da un «bravo!» e sparuti applausi. Consuete ovazioni ieri sera, invece, alla prima ufficiale in Sala Grande. Oggi il film, prodotto da Carlo Degli Esposti e Raicinema, esce nelle sale, e sarà il pubblico pagante a stabilire se tocca il cuore la favola ottimista, sulla forza della dignità, che il regista calabrese ha cucito addosso ad Antonio Albanese, da lui definito «attore immenso».

Sottratto al grottesco di Cetto La Qualunque, l’attore siculo-milanese fa certo simpatia nei panni del protagonista, quell’Antonio Pane che si inventa, nell’Italia della crisi, un lavoro che ancora non c’è: il rimpiazzo. Cosa fa il rimpiazzo? In attesa di trovare un’occupazione stabile, l’ometto sostituisce chi ha bisogno di assentarsi qualche ora o mezza giornata. Per pochi spiccioli, più spesso gratis, così tanto per tenersi in allenamento. «Il giorno che ci sa sarà lavoro, sarò pronto» teorizza il quarantenne. Pur di non rinchiudersi in casa a piangersi addosso, la mattina si fa sempre la barba e diventa, a seconda delle urgenze, muratore, cameriere, autista del tram, uomo delle pulizie, attacchino, pony-express, animatore di feste per bambini, gonfiature di palloncini alle manifestazioni sindacali. Un uomo pratico e gentile, che lavora con le mani ma non dimentica il cervello, pronto a cogliere il buono rinchiuso in ogni esperienza lavorativa, anche se un torvo ex pugile malato di gotta lo sfrutta, lucrandoci sopra. Finché, accompagnando al parco un ragazzino troppo taciturno, non si accorge d’essere finito in un brutto giro, e a quel punto dovrà fare una scelta.
È una Milano livida e piovosa, già ingoiata dai lavori per l’Expò, la città in cui si muove il personaggio. A suo modo, un eroe dei nostri tempi. Separato dalla moglie che l’ha lasciato per un orrendo faccendiere che commercia in protesi e non solo, Pane ha una parola solidale per tutti: il figlio Ivo, sassofonista jazz preso da attacchi di panico; l’irrequieta Lucia, conosciuta ad un concorso, di cui diventa amico premuroso. E ci fermiamo qui, perché “L’intrepido” – la mitica rivista a fumetti per ragazzi in qualche modo c’entra – sfodera un andamento randagio, con sprazzi di commedia e torsioni tragiche, intermezzi surreali e dialoghi a tratti retorici, in vista dell’epilogo a sorpresa lontano dall’Italia.

Non che sia brutto, ma irrisolto sì, anche un po’ squilibrato nell’intrecciare i registri emotivi: l’aria del tempo e la dimensione metaforica. Naturalmente i riferimenti nobili, alcuni suggeriti dallo stesso Amelio, si sprecano. Da Charlot a Keaton, passando per lo Zavattini di “Miracolo a Milano”, il Marcovaldo di Calvino. A un certo punto, dopo l’ennesima fregatura, l’ometto si allontana visto da dietro, mentre un cerchio nero si chiude su di lui, come in certi film di Chaplin.
Magari parte del problema sta nel copione scritto con Davide Lantieri, divagante e sfrangiato, perfino didascalico in certe sottolineature, ad esempio quel negozio di scarpe usato come copertura per loschi affari. Scandito dalla versione strumentale del classico jazz “Native Boy”, il film è formalmente accurato, fotografia di Luca Bigazzi e musiche di Franco Piersanti, ma alla fine la tenacia soave di Pane risulta più declamata che spiegata. Albanese sfodera il suo registro più sommesso, Sandra Ceccarelli fa solo una comparsata, Alfonso Santagata è al solito turpe, i giovani Livia Rossi e Gabriele Rendina risultano fragili, come i rispettivi personaggi.

Michele Anselmi

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Quattro chiacchiere con Gianni Amelio

LIDO DI VENEZIA. Naturalmente Gianni Amelio non parla di premi. Per scaramanzia, per garbo. Fu lui, nel 1998, a conquistare l’ultimo Leone d’oro italiano, con “Così ridevano”. Allora era presidente di giuria Ettore Scola, oggi c’è Bernardo Bertolucci. Il regista calabrese, alla sua quarta volta in gara a Venezia, sembra più preso dall’uscita nelle sale. «Mi aspetto innanzitutto che il film sia visto, che il pubblico lo “ascolti” con innocenza e candore, perché è un inno alla dignità dell’uomo».
Circondato dai suoi attori, trattati amorevolmente da “figliocci”, Amelio non sembra per nulla preoccupato dai fischi mattutini, pochi in realtà. «Volevo girare una commedia con un cuore tragico su un uomo tenero e disarmato. Questo ho fatto. Lo so, “L’intrepido” è un film fortemente fuori moda. Perché non orecchia nulla». Gli chiedono se il finale non sia un po’ troppo consolatorio. «Ma io ho bisogno di essere consolato. Non so lei… Ho bisogno di qualcosa che non lasci l’amaro in bocca, che faccia un po’ sognare. Parlo da spettatore. Anche quando giravo film a senso unico, più drammatici, aprivo qualche spiraglio di luce. Qui, invece, c’è una luce vera, non solo uno spiraglio».
In tale prospettiva va visto il taglio di una scena, ambientata alla mensa della Caritas, che pure aveva fornito le prime fotografie durante le riprese a Milano. «L’abbiamo tolta perché avrebbe portato il film verso una realtà troppo urticante. “L’intrepido” è ambientato oggi, in Italia: ma non per respirare “l’aria del tempo”, piuttosto per trattenere il fiato» spiega il regista. Del resto, proprio “Miracolo a Milano” è il film della sua vita. «Sì, è vero. Qualcuno ha parlato di spirito zavattiniano, a proposito di “L’intrepido”. Il riferimento certo mi onora, e mi fa paura». In che senso? «A Zavattini, francamente, non avevo pensato. Ma sarei appagato se anche solo una scena del mio film potesse essere avvicinata a un fotogramma di quel capolavoro. Poi è il pubblico che deve decidere. Mi chiedo fino a che punto sarà colta l’utopia che anima la storia di Antonio Pane. Sono curioso, faccio i film anche per essere sorpreso».
Un modello di partenza, per esplicita ammissione, semmai è Charlot. «L’uomo più solo del mondo, infatti s’allontana sempre di spalle, al tramonto, con un cerchio nero che si stringe su di lui. Combatte con l’arma della pulizia, della dignità, dei valori. Sì, i valori: non è una parolaccia. Perché non c’è eroe più grande dell’uomo della strada che ogni mattina ha la forza di uscire di casa, di inseguire l’Altrove con ostinazione».
Antonio Albanese non vede l’ora di tornare sul set con Amelio. I due hanno scoperto una sintonia profonda, trasformatasi in amicizia. Un po’ come Antonio Pane, l’attore in gioventù ha praticato mille mestieri, l’operaio, l’imbianchino, il cameriere, il barista, per pagarsi gli studi all’Accademia d’arte drammatica. «Di Gianni mi piace il rigore, l’umanità e l’apparente semplicità del suo cinema». Complimenti ricambiati dal regista, il quale annuncia un nuovo film insieme. A patto che dimagrisca. «Metterò alla prova il suo appetito famelico. Vedrete un Albanese di 55 chili, asciutto e bello come Brad Pitt». Credergli?

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